Il caso Che cosa contiene il tesoro venduto ai russi: lì c'è scritta la nostra storia L'Archivio di Vasari sta alla storia dell'arte universale come l'archivio dell'Assemblea Costituente sta alla storia della Repubblica italiana. Un tesoro, con centinaia di carte preziosissime, come le lettere di Michelangelo, di papi e cardinali, gli scritti privati, i contratti e ancora le lettere di Cosimo e Francesco de' Medici, dove si conoscono tutti i dettagli sul cantiere degli Uffizi, o sulla decorazione di Palazzo Vecchio. Contenuti dal valore inestimabile e una storia a dir poco avventurosa... Firenze nell'armadio Il tesoro del Vasari: le lettere di Michelangelo, i cantieri del Rinascimento «Messer Giorgio amico caro, voi direte ben che io sie vecchio e pazzo, a vole' far sonecti; ma perché molti dicono ch'i' son rinmbabito, ò a far l'uficio mio». Così il 19 settembre del 1554 un Michelangelo quasi ottantenne, atrocemente autoironico, si rivolgeva a Vasari, accompagnando il dono di una delle sue poesie più belle e struggenti, il sonetto di congedo dal mondo Giunto è già il corso della vita mia. L'Archivio Vasari racchiude da quasi mezzo millennio questa, e altre sedici lettere dirette dall'artista più grande della nostra storia al più importante edificatore del suo mito storiografico. Insieme ad esse si conservano centinaia di carte preziosissime, tra le quali lettere dei granduchi Cosimo e Francesco de' Medici (che permettono, ad esempio, di seguire la costruzione degli Uffizi, la decorazione di Palazzo Vecchio o l'andamento degli affreschi della Cupola del Duomo di Firenze); di papi e cardinali, che parlano di dipinti, architetture o scavi antiquari; di letterati come Annibal Caro, Cosimo Bartoli o Vincenzio Borghini, che permettono di ricostruire la genesi, le allusioni e il contesto delle Vite degli artisti, il più importante monumento eretto da Vasari. È davvero impossibile esagerare l'importanza delle Vite , cuore pulsante e pietra fondante della nostra stessa capacità di parlare di arte, e di farlo costruendone una storia. L'Archivio di Vasari, insomma, sta alla storia dell'arte universale come l'archivio dell'Assemblea Costituente sta alla storia della Repubblica italiana. Tuttavia, esso scomparve dall'orizzonte della nostra coscienza culturale già alla fine del Seicento. È il 1908 quando Giovanni Poggi lo riscopre in Palazzo Spinelli a Firenze. La notizia esplode come una bomba, e Ugo Ojetti scrive sul Corriere della Sera che «era un lembo del secolo d'oro che appariva allo studioso, attonito e commosso, nella penombra di quella stanzetta». Ma, con un colpo di scena, i conti Rasponi Spinelli decisero di vendere ad uno storico dell'arte tedesco, Karl Frey, il diritto di pubblicare in esclusiva le carte ritrovate. Così, mentre in Italia la polemica infuriava sui giornali, l'ex kaiser Guglielmo II e una cordata di istituzioni e mecenati tedeschi misero insieme 35.000 marchi da gettare nelle fauci degli aristocratici fiorentini. Cent'anni più tardi la storia, amaramente, si ripete: con la stessa passività italiana, e con i russi al posto dei tedeschi. Ma oggi in una triste spirale ascendente di gravità non ci si contende più la proprietà intellettuale di quelle carte, ma si ambisce all'unica cosa che sembra contare davvero: la proprietà materiale. Che fare dunque oggi? Lo Stato potrebbe esercitare la prelazione, comprando l'archivio. Sarebbe però assurdo pagare oggi centocinquanta milioni lo stesso archivio che (imperdonabilmente) non si riuscì a comprare per meno di tre milioni durante il ministero di Rutelli. D'altra parte, il quinto comma dell'articolo 61 del Codice dei Beni Culturali stabilisce che le «clausole del contratto di alienazione non vincolano lo Stato». In altre parole, laddove il prezzo sia superiore in modo esorbitante e sospetto a quello di mercato, lo Stato può proporre un prezzo diverso. E non c'è dubbio che questo sia il caso, giacché (a causa dei rigidi vincoli esistenti) il valore di mercato dell'Archivio Vasari è certo notevolmente inferiore alla cifra denunciata. Ma i vincoli esistono proprio perché lo Stato non sia costretto ad acquistare tutto ciò che è particolarmente rilevante culturalmente. E, anzi, la diffusione capillare e la proprietà largamente privata del nostro patrimonio sono caratteristiche vitali per la rilevanza civile ed identitaria di questo stesso patrimonio. Dunque, si potrebbe concludere che se abbiamo fiducia nelle nostri leggi, nei nostri tribunali, nella forza dello Stato e soprattutto nella nostra coscienza civile non abbiamo nulla da temere da un passaggio di proprietà che per quanto inverosimile non cambierà niente, e non potrà che lasciare per sempre nella Casa Vasari di Arezzo quel preziosissimo Archivio. Ma abbiamo davvero questa fiducia? Professore associato di storia dell'arte moderna Università degli studi di Napoli Federico II