Nel dibattito ormai concluso tra i candidati a segretario del Pd mi aspettavo qualcosa di più sui temi ambientali. Invece sembra che la questione oggi passi solo dall'interrogativo "nucleare sì, nucleare no". Non mi interessa quanto l'argomento sia stato usato, anche strumentalmente, nella polemica tra i candidati, ma quanto abbia concorso a lasciare in ombra aspetti e questioni più complesse. Economia e ambiente sono infatti ormai inseparabili e non si uscirà dalla crisi a danno ulteriore dell'ambiente e l'ambiente non si salverà se non cambieranno anche le politiche economiche. Ma questo richiede una nuova politica del governo del territorio che sappia avvalersi di quel nuovo assetto istituzionale in perenne "lista d'attesa" ma che anche il nuovo codice delle autonomie è ben lontano dal prefigurare. Si tratta di un ennesimo tentativo, dopo la programmazione avvenuta ai tempi del ministro di Ruffolo, ma anche del governo Ciampi. Entrambi i tentativi, pur così diversi, non finirono solo nel libro dei sogni, ma introdussero anche significative novità grazie alle regioni e al nuovo ruolo degli enti locali. La novità più importante fu l'avvio di politiche non più inchiodate a regole e gestione urbanistica ma a politiche ambientali: dall'inquinamento al suolo, al paesaggio, alla tutela della natura che mutarono, con i contenuti, anche la scala degli interventi non più riconducibili solo ai confini amministrativi ma, appunto, ambientali, dai bacini ai parchi, le unità di paesaggio, insomma le "invarianti ambientali". Prese così corpo un nuovo ruolo dell'intero sistema istituzionale. Realtà come quella toscana o emiliana furono segnate profondamente da questa svolta che ne fece appunto un modello che riuscì a immettere il governo locale in una nuova dimensione nazionale in cui i sindaci non andavano più a Roma con il cappello in mano. Di queste innovazioni che hanno il merito di avere immesso, anche nelle competenze esclusive dello Stato, un ruolo delle regioni e degli enti locali in base a quella trasversalità tante volte richiamata dalla Corte costituzionale, molte sono state negli ultimi anni mortificate senza incontrare né da parte del PD né del governo ombra né nelle regioni "modello" risposte adeguate. E' accaduto con la legge 183 sul suolo. Poi la cosa si ripetuta con la legge 394 che è tornata a separare natura e paesaggio. Se si va, infatti, a vedere il PIT e le sue schede del paesaggio toscane si capisce perché le reazioni sono state deboli o assolutamente inesistenti, mentre come Regione Toscana siamo finiti sul banco degli imputati con la colpa di essere troppo cedevoli ai "cementificatori" e non riusciamo neppure a concludere sulla nuova legge regionale sui parchi mentre nel frattempo le regioni si sono viste espropriare anche del nulla osta sui beni culturali. Quella nuova dimensione del governo del territorio è tornata così a rattrappirsi. Regioni ed enti locali tornano così ad essere enti depotenziati e ridimensionati nel loro ruolo democratico e confusamente risospinti nell'urbanistica dei piani casa: altro che federalismo. Eppure di tutto questo nel dibattito nel PD, anche in Toscana, abbiamo sentito davvero poco o nulla.