FESTIVAL ROMA - Daniele Vicari, Valerio Mastandrea Cosa possiamo fare noi per L'Aquila? Per non essere soltanto spettatori, intanto possiamo fare parte di un presidio che non lasci a se stessi gli abitanti e sorvegli la ricostruzione. Questo progetto è stato avviato da Daniele Vicari e Valerio Mastandrea con la regia Pietro Pelliccione e Mauro Rubeo che hanno girato L'Aquila bella mé, presentato al Festival di Roma nella sezione Extra. Tra i primi ad arrivare all'Aquila Vicari e Mastandrea che al Gran Sasso avevano girato L'orizzonte degli eventi, e poi attivi insieme a tanti altri artisti che si sono dati il cambio sotto le tende creando vere situazioni di comunità, hanno dato con Gregorio Paonessa (per Vivo Film) e l'appoggio di Arci-Ucca, le telecamere e i mezzi di produzione agli aquilani Pelliccione e Rubeo, ex allievi dall'Accademia dell'Immagine, per essere la presenza, l'occhio vigile di gente del posto sui fatti e le emozioni. Il film inizia con la spaccatura del terreno che si allunga come un serpente velenoso che può ingoiare chiunque. Le riprese sono iniziate fin dall'8 aprile e quello che si vede non assomiglia a niente di quello che si è visto in televisione. La camera puntata sulla fuga di strade contiene la tensione di chi sta scrutando uno scenario che potrebbe non vedere mai più, la vitalità delle persone, la loro energia, contiene ancora il brio del giorno prima e con quella forza riescono a far fronte. Vediamo le riprese fatte giorno dopo giorno per tutto il mese, anche durante le scosse e allora la camera stessa vaneggia. Ma subito dopo si vede come mantenere insieme una società che crolla, sui prati i ragazzi suonano la chitarra, i più vecchi attorno alla tv sentono l'offerta dedicata a loro di un euro sul telefonino (e più avanti, qualcuno farà sapere che, con grande generosità le compagnie telefoniche hanno rinunciato alla loro quota parte e che quell'euro sarà donato per intero). La casa dove c'erano 200 studenti è stata la prima a crollare, ma per tutto questo dolore non c'erano abbastanza sacchi funerari a disposizione, sono stati fatti venire da Roma insieme alle bare. La cosa impressionante è il numero di giovani, sembrano ragazzi caduti in guerra. Basta vedere la leva: '86, '87, '88. Le cineprese vanno dappertutto, nel centro storico, nella Basilica di Collemaggio dove riprendono del confessionale trasportato a fatica fuori dalla chiesa, come contenesse i peccati del mondo, al campo di Onna costruita su materiale argilloso («il terremoto se acchiappa il morbido ti distrugge»), i punti cardinali di riferimento sono diventati quelli che non ci sono più, a nord sono morti i cugini, a sud gli zii. A campo San Nicandro con gigantesche e ormai pleonastiche uova di Pasqua, a Campo S. Eusanio Forconese, a Campo di Centi Colella dove i ragazzi di un'associazione stanno organizzando i ripetitori per le connessioni Wifi, all'Accademia dell'Immagine completamente allagata, gli artisti, le tesi di laurea sotto le tende, i bambini. Nessuno guarda più la tv. Si parla solo di ricostruzione. «Hanno girato giorno dopo giorno tutta la vicenda del terremoto, racconta Mastandrea, da lì è nato un progetto sempre più complesso, raccontando in maniera non ufficiale, un'occasione di far parlare l'Aquila stessa. Questa prima parte racconta i primi 70 giorni di terremoto, il nostro obiettivo è continuare a girare, diventerà un archivio della memoria, sarà una serie di dvd, stiamo continuando a girare senza interruzione. C'è anche interesse di Minoli per il progetto, anche se non abbiamo ancora nessuna risposta». La prima cosa che si nota in L'Aquila bella mé è che si stia vedendo qualcosa di diverso da tutto quello che si è visto prima, sia nei tempi che nei modi della narrazione: «Io sono nato all'Aquila, dice Piero Pelliccione, Mauro è vissuto a lungo all'Aquila e oltre al nostro sguardo c'era interesse che gli aquilani parlassero in pirma persona e mostrare come riparte una comunità». La televisione con i suoi tempi ha spettacolarizzato il dolore della perdita delle persone: «Qui si affronta il tema della perdita dell'identità collettiva, dice Valerio Mastandrea. Quando si frantuma la città, la si sposta, uno comincia a barcollare. Il documentario racconta come procede questa presa di coscienza». Aggiunge Mauro Rubeo: «è crollato il centro storico, i cinema, i bar. Gli aquilani rimasti non hanno più una città di riferimento, posti dove trovarsi. Anche la perdita di routine è perdita di identità». Dice Daniele Vicari: «I media e la politica stanno costruendo l'immagine di una città virtuale e gli italiani sono gli spettatori di questa società costruita anche velocemente da parte degli imprenditori che lascia in secondo piano l'umanità. Una città non sono solo case dove si dorme, ma è una comunità. Il cinema che proponiamo pone queste domande: è questa una comunità? ha un futuro? queste domande gettano nel panico le istituzioni. Non porsi queste domande è colpevole sul piano della civiltà e della politica. Di questa città fantasma di cui abbiamo visto solo brevi inquadrature, qui vediamo il totale. Ci poniamo con un problema di carattere morale e civile, fare vedere le cose nella loro materialità. La concretezza diventa dirompente, non stiamo facendo controinformazione. Il giorno dopo il terremoto le persone si trovavano con i microfoni davanti alla bocca. Io non ce l'ho con l'informazione, ma questo si è aggiunto al disastro, la diffidenza a raccontare la loro esperienza è stata annullata dal fatto che gli stessi registi sono aquilani, la loro presenza non è violenta». La ricostruzione? «Della ricostruzione del centro non parla più nessuno, i problemi sono molti, come città d'arte deve essere fatta con le Belle Arti, non basterà l'impegno di una generazione. Ma se un paese ricco come il nostro non si pone il probelma della ricostruzione è un fallimento per la nostra civiltà. La domanda degli aquilani è: come sarà la nostra città? Ma prendere un gelato al centro non sarà possibile per i prossimi cinque anni. Desertificare un luogo come quello vuol dire arrendersi».