Una ricostruzione che non parte, quella dell'Aquila. Sei mesi dopo il terremoto, una legge voluta dal governo blocca ancora la rimozione delle macerie. In questo modo ci vorranno 22 anni per riedificare la città INVIATA A L'AQUILA Il concetto è semplice: per ricostruire una città devastata da un terremoto bisogna prima liberarla dalle macerie. Talmente lampante che per «accelerare e semplificare le procedure di raccolta, trasporto e smaltimento» delle macerie, pochi giorni dopo il 6 aprile il governo decise, con una dozzina di deroghe alle norme vigenti inserite nel decreto Abruzzo poi convertito in legge 77, di classificare «come rifiuti solidi urbani» i «materiali derivanti dal crollo degli edifici pubblici e privati, nonché quelli provenienti dalle demolizioni degli edifici danneggiati dal terremoto». Questo vuole dire che anziché raccogliere tutte le macerie insieme e poi separarle, si procede all'inverso, etichettando pietra per pietra, oggetto per oggetto, prima di inviarlo allo stoccaggio finale. Una legge, diciamo così, "pionieristica": adottata per la prima volta in Italia e, dicono gli addetti ai lavori, probabilmente anche nel mondo. Non dettata certo da convinto ambientalismo e che invece ha portato, al momento, ad un unico risultato: «Se si va avanti di questo passo, e non cambia qualcosa - spiega l'assessore comunale all'Ambiente Alfredo Moroni - per liberare L'Aquila dalle macerie ci vorranno 22 anni». Non è un numero a caso, l'assessore (del Pd) ha fatto i conti per bene: «I nostri calcoli ci dicono che a voler fare una stima ottimistica ci dobbiamo preparare a smaltire un milione e mezzo di metri cubi di macerie, e al momento riusciamo a rimuoverne solo 300-400 tonnellate al giorno». E stiamo parlando soltanto del materiale proveniente dai crolli o dalle demolizioni, ossia delle macerie cosiddette «pubbliche». Sul banco degli imputati «la legge vigente, talmente rigida da bloccare molti processi - racconta Moroni - e che delinea un quadro normativo nuovo e complicato, tanto complesso che nemmeno la Protezione civile riesce a districarsi bene». «Se avessimo potuto fare come in tutti gli altri eventi sismici precedenti - aggiunge Paola D'Ascanio, dirigente tecnico del settore Ambiente - avremmo messo tutto in una discarica ben impermeabilizzata e pronta ad accogliere anche rifiuti pericolosi, e avremmo liberato velocemente la città». La filiera in effetti è lunga e tortuosa: attualmente le macerie rimosse dalle strade (finora soltanto dai Vigili del fuoco), dopo una prima sommaria differenziazione mirata a separare rifiuti pericolosi come l'amianto o oggetti preziosi e personali appartenenti ai terremotati, vanno in un solo sito di stoccaggio provvisorio: l'ex cava dismessa Teges in località Pontignone. È l'unico sito individuato che risponde a tutti i requisiti richiesti, tra i dieci censiti fin dal maggio scorso da enti locali, protezione civile, Cnr e Ispra. È un sito piccolo e non è assolutamente sufficiente. All'interno vi lavorano una trentina di operai della municipalizzata aquilana Asm che per otto ore al giorno distribuiscono il materiale su uno strato alto al massimo una trentina di centimetri. Poi, rovistando a mano, separano gli inerti dal materiale riciclabile, gli oggetti personali (da restituire ai legittimi proprietari), o le cosiddette «pietre d'arte» (da far controllare alla sovrintendenza dei Beni cultuali). Ciascun rifiuto col proprio codice Cer: il legno da una parte (affidato a titolo gratuito al Conai per il riciclaggio), il ferro da un'altra (ancora non è stato fatto il bando di gara per venderlo a ditte specializzate), il materiale elettrico (stoccato dalla stessa Asm in un deposito ad hoc). Dopo la prima fase di separazione manuale, si passa a quella meccanizzata. «Per il lavoro di differenziazione dobbiamo rivolgerci a ditte specializzate - spiega l'assessore Moroni - per questo siamo in contatto con l'Ampar, l'associazione nazionale utilizzatori materiale inerte». «Si deve separare tutto, fino al dettaglio - prosegue D'Ascanio - perché si ha a che fare con la vita delle persone che spesso si aspettano di recuperare ancora una foto, un ricordo». Per questo ci vuole tempo. «Ma anche altro spazio - aggiunge - dobbiamo individuare al più presto altri siti, possibilmente più grandi, e aumentare il numero di persone che ci lavorano. Ci occorrono almeno 7 o 8 ettari perché ci serve che lavorino dieci o venti camion insieme, e non uno alla volta come avviene adesso». Ma non è l'unico problema: bisogna sostituire al più presto i Vigili del fuoco nel trasporto delle macerie. Il bando di gara è pronto ma non decolla. Inutile accelerare i tempi, fino a quando non si trova un altro deposito provvisorio. «Devono essere aziende iscritte all'albo dei gestori ambientali che possono trattare rifiuti urbani indifferenziati e anche pericolosi», puntualizza D'Ascanio. Quando poi il materiale inerte è stato separato perfettamente dal resto, occorre una ditta specializzata che lo rilevi dal sito di deposito provvisorio e lo trasporti in un sito proprio, per lo stoccaggio e il trattamento finale. «Pochi giorni fa abbiamo aperto le buste della gara d'appalto per le prime 10 mila tonnellate di inerti separati, ma siamo ancora lontani da questo traguardo - dice la dirigente del settore Ambiente - L'aggiudicazione è solo provvisoria, stiamo aspettando il certificato antimafia». Tutto fermo, dunque, come a pochi giorni dal terremoto. Le macerie sono ancora visibili nelle strade della città e la zona rossa - il centro storico - è congelata come una moderna Pompei. «Non è vero - ribattono al comune - l'ordinanza del sindaco è pronta per l'apertura di cinque siti destinati al deposito di rifiuti ingombranti che verranno messi a disposizione dei cittadini a titolo completamente gratuito». Bontà loro. Sì, perché, se un terremotato deve portare via le macerie dalla propria casa di tipo B e C (piccole lesioni), deve trovare una ditta specializzata e andare a scaricare in alcuni siti autorizzati dalla Regione e non proprio vicinissimi. Il costo dell'operazione sarà conteggiato come parte della ristrutturazione, quindi parzialmente rimborsato. Ma se si vuole portare via un frigorifero o una lavatrice fracassati durante il terremoto, perfino da una casa con lesioni strutturali (di tipo E), il trasporto è totalmente a carico del cittadino. Una vita difficile, insomma. E la ricostruzione della città, non solo dal punto di vista urbanistico, è ancora lontana.
L'AQUILA. Immobili come pietre
Il governo ha bloccato la rimozione delle macerie a L'Aquila per 22 anni. La legge è stata adottata per accelerare la ricostruzione della città. La legge classifica i materiali provenienti dai crolli degli edifici come rifiuti solidi urbani. La rimozione delle macerie è stata bloccata per 22 anni. La legge è stata adottata per accelerare la ricostruzione della città. La legge classifica i materiali provenienti dai crolli degli edifici come rifiuti solidi urbani. La rimozione delle macerie è stata bloccata per 22 anni. La legge è stata adottata per accelerare la ricostruzione della città. La legge classifica i materiali provenienti dai crolli degli edifici come rifiuti solidi urbani.
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