Caro direttore, ho letto l'articolo «Baia spogliata. Campi Flegrei: così va in malora il tesoro sommerso dell'antichità» a firma di Carlo Franco pubblicato sul Corriere del Mezzogiorno del 13 ottobre scorso. Argomento dell'articolo è lo stato di abbandono, l'assenza di attività di scavo e il continuo saccheggio a cui è esposto il patrimonio sommerso dei Campi Flegrei, costituito da 176 ettari di edifici romani. L' assenza di attività di scavo, lungi dal costituire abbandono, rientra nel protocollo di conservazione che la Soprintendenza ha stabilito, essendo provati i rischi ai quali vanno incontro le decorazioni pavimentali se lasciate in vista e non coperte dalla sabbia. Lo scavo nel 1980 del ninfeo imperiale di Punta Epitaffio fu l'unica eccezione, essendovi le necessarie coperture finanziarie che permisero un esemplare intervento scientifico, cui seguirono la pubblicazione della scoperta, il restauro della decorazione scultorea rinvenuta, il suo allestimento museale nel 1997 nel Castello di Baia, e, nel 2008, il restauro in situ dei resti murari e il posizionamento dei calchi delle sculture, che, se si fossero lasciate sul posto, sarebbero state «mangiate» dai litodomi. Sempre per finalità di documentazione, dal 1987 fu avviata la documentazione dei resti affioranti dal fondale senza scavarli che portò al vincolo archeologico della fascia marina, alla realizzazione della carta archelogica dei resti sommersi, poi rifatta con innovativa strumentazione geofisica, quando fu istituito nel 2002 il Parco sommerso di Baia equiparato ad area marina protetta, di cui la Soprintendenza, unica in Italia, è ente gestore. Da tale data la Soprintendenza organizzò la fruizione dei percorsi subacquei per piccoli gruppi accompagnati dai divings del porto di Baia, appositamente istruiti, che scoprono, solo per la durata della visita, tratti di mosaici e murature. Dal 2000 poi si svolgono anche campagne di restauro subacqueo a cura dell'Istituto Centrale del Restauro d'intesa con la Soprintendenza. L'articolo poi cita al presente continui trafugamenti di reperti e riporta aneddoti, senza specificare che essi si riferiscono almeno a 30 anni fa, mentre dal 1992 cominciò la collaborazione con la capitaneria, ente competente per la vigilanza dello specchio d'acqua, coadiuvata dal 2004 dall'installazione di un impianto di videosorveglianza che l'autore dell'articolo ignora, come ignora che le migliaia di lucerne recuperate nel portus Julius sono conservate nel Museo Archeologico di Napoli schedate e pubblicate e che l'altare degli Arabi Nabatei a Dusares, fortunosamente recuperato, come si racconta, è oggi esposto, insieme con altri reperti di provenienza subacquea, nelle nuove sale museali del castello, recentemente allestite. L'unico grave danneggiamento, che portò al sequestro del porto commerciale di Baia, avvenne nel 2001 e fu determinante per la definitiva sospensione di tale attività. Questi sono i fatti che hanno nel tempo costituito l'attività di tutela del patrimonio sommerso di Baia, che, lungi dall'andare in malora, è finalmente documentato, conservato e valorizzato. Soprintendente ai Beni archeologici di Napoli e Pompei Il Museo archeologico di Baia 2 Caro direttore, a seguito dell'articolo pubblicato sul Corriere del Mezzogiorno il 30 settembre scorso, nel quale si spiegava la nostra proposta di pagare per due anni a spese della Fondazione My Heart due custodi affinché fosse possibile aprire alcune sale del Museo archoelogico di Baia, le segnalo che nessuna risposta è stata inviata a oggi né dalla Soprintendenza ai Beni archeologici di Napoli e Pompei, né dalla Regione. Enrico Jannone Presidente della Fondazione My Herat