O cambiar pelle, ossa e figura, o dirsi addio. L'Italia ha creato, quattro secoli fa, il melodramma, ha costruito, nel Settecento, i più belli e funzionali teatri d'opera del mondo, ha saputo far crescere, in tutto l'Ottocento e per qualche decennio ancora, una relazione stretta tra creazione e consumo della musica lirica, e perfino tra alcune opere e l'identità della nuova nazione che andava nascendo. Ora, le cose sono cambiate: per dirla brutalmente, siamo alla canna del gas. Una crisi economica profonda e non episodica nasconde una, perfino più seria, difficoltà di strategia artistica, di ragion d'essere, di comunicazione. Un convegno a Roma è diventato occasione per un outing di massa: «Troppi abusi e sprechi, una realtà ingovernabile» (Pietro Cartiglio, sovrintendente a Palermo). «La riforma ci ha trasformati in enti privati, ma la mentalità parastatale non è mai cambiata» (Giorgio Van Straten, Maggio Fiorentino) ; «Lo Stato si tira indietro, i Comuni hanno altre emergenze: chi ci salverà?» (Carlo Fontana, Scala di Milano). «I contratti devono diventare più flessibili, e nei teatri ci sono sacche di rabbia anche non controllata» (Francesco Emani, Opera di Roma). Un'idea della distanza che separa alcune componenti di questo mondo dalla sensibilità del paese si è ben definita quando un rappresentante sindacale ha ipotizzato che le donazioni dei privati vengano destinate alla contrattazione integrativa dei singoli teatri: immaginate un imprenditore mentre spiega il concetto ai suoi operai. «Non basta individuare gli obiettivi per i quali si giustifica l'esistenza delle fondazioni liriche, è necessario pensare a come questa forma d'arte possa trovare un ruolo trainante nella cultura contemporanea», scrive Alessandro Leon nel numero speciale della rivista Economia della cultura dedicato a «II costo del melodramma». Tutelare la tradizione e l'eredità che ha lasciato è tanto confortante quanto paralizzante : il pubblico non aumenta, l'informazione è distratta perfino più degli sponsor, il laccio della politica resta stretto, il contributo statale diminuisce stagione dopo stagione, aumenta il disappunto di altre, vivacissime realtà musicali che vedono gran parte delle scarse risorse pubbliche destinate al semplice mantenimento in vita dei teatri d'opera. E anche se gli spettacoli sono belli e la qualità musicale migliore di qualche anno fa, lo «spirito del tempo» è spesso lontano dalle nostre sale. Si ascoltano molte grida di dolore, pochi progetti: c'è invece bisogno di strategie coraggiose, gestionali e artistiche, per non apparire essenzialmente dei sopravvissuti.