INVESTIMENTI SENZA RETE Sul piatto opere da 270 milioni Torna la febbre per il quadro d'autore, ancor più per l'arte contemporanea. Christie's e Sotheby's prevedono un giugno d'oro. Ma il settore «non è ancora un mercato vero» E il player del private equity per ora guarda Era dal 1990 che non si alzavano tante braccia alle aste di New York. E che non giravano tanti zeri. Nelle prime due settimane di maggio nella Grande Mela sono stati venduti quadri per oltre 630 milioni di dollari, con il prezzo record di 104,2 milioni di dollari strappato dal «Gargon a la pipe» di Fabio Picasso. Non accadeva, appunto, dall'ultimo decennio del secolo scorso. L'attesa è che, a sera del prossimo 21 giugno, la febbre per la contemporanea corsa ad Ascot (la King's George) spinga al galoppo anche le vantazioni del «Les Chevaux de Course» di Edgard Degas con cui si apre la settimana delle aste londinesi. Anche se, Ascot o non Ascot, a Londra si respira già l'aria frizzante degli anni d'oro. Le due regine delle case d'asta, Christie's e Sotheby's, si aspettano di incassare in quest'ultimo scorcio di giugno qualcosa come 180 milioni di sterline (circa 2 72 milioni di euro). Ben oltre i già pur ragguardevoli 116 milioni del giugno dello scorso anno. Battendo nomi come Degas, Matisse e Bacon, ma anche tanta, tanta arte contemporanea. Insomma, quando si parla di quadri, New York non è poi tanto lontana. Segno che venditori e clienti sono più o meno gli stessi: segno negativo, perché significa che «quello dei quadri - spiega Francesco D'Amico, responsabile marketing dei servizi private di Unicredit private banking - non è ancora un vero mercato»; segno positivo perché significa che vada-come-vada un acquirente lo trovi sempre. E se ci capisci, ci prendi e sai attendere, poi arriva il momento di fare un giro a Londra. Per chi farà un salto nella capitale inglese nei prossimi giorni sarà possibile assistere, da Christie's, alla battitura di opere di Matisse, come la «Odalisque au Fauteil JNoir». Un lavoro del 1942 valutato 5,5 milioni di sterline, «un pezzo raro - spiega Oliveir Camu, responsabile delle aree Impressionisti e Arte moderna della casa d'aste - in quanto i Matisse di solito non escono dai musei». Tra i gioielli offerti da Christie's anche «Le Troupeau de Moutons, Eragny» di CamUle Pissarro, il «Dunaberg» di Was-sily Kandinsky e il «Cavaliere» di Marino Marini. La cugina Sothesby's, oltre a «Les Chevaux de Course» di Degas, proporrà una lista di 15 opere di Egon Schiele, e ritenterà perciò il colpaccio riuscito lo scorso anno, quando battè per la cifra record di 12 milioni di sterline il «Kruauer Landschaft» del pittore austriaco.E poi ci sarà spazio per Renoir, o per Gustav Khmt. Opere e proprietari «che vengono allo scoperto», per sfruttare un mercato che «non è mai stato così strong», sottolinea Camu. «Ma il segmento più in voga in questo momento è assolutamente quello dell'arte contemporanea», commenta Fernando Mignoni, responsabile per Christie's delle gallerie più moderne. E qui i nomi si moltiphcano: da Francis Bacon a Gerhard Richter fino ai graffiti di Jean-Michel Basquiat Gente conosciuta. Ma anche gente per professionisti. Soprattutto, «gente che va di moda - commenta Marilena Ferrari, amministratore delegato di Art'è - perché questo, davvero, è il momento delle opere d'arte contemporanea». Non è una questione di investimenti alternativi o di beni rifugio. «Dal nostro punto di vista - continua - la compravendita di opere d'arte non ha subito flessioni». Segno che la congiuntura c'entra poco. «Le stime su questo mercato in Italia - sorride la Ferrari - parlano di un miliardo di euro. Ma potrebbe essere anche il doppio. O torse di più. Chi può davvero dirlo. In fondo è quasi una questione di cuore». Già, un patrimonio il cui valore sbanda a seconda delle emozioni dei collezionisti, del mood dei miliardari, delle crisi inaspettate tra eredi desiderosi di monetizzare. Sarà per questo che, nonostante il tanto sbandierare da parte di chi si occupa di private banking (o, fa più chic, di wealth management), non esiste una banca o chichessia che davvero si occupi in via diretta della gestione di investimenti in arte. Facendo un rapido giro tra i player di casa nostra la principale forma di servizio offerta è la consulenza appoggiata a partner esterni. Così fa Banca Intesa. Sono arrivati primi - ma era già il 1999 - a creare un dipartimento di Art Advisory all'interno della direzione Private Banking: i clienti della banca vengono seguiti nella loro voglia d'arte, con appoggi magari finanziari e assicurativi. Ma la consulenza sull'opera (valutazone, opportunità, tempistica) viene offerta con il contributo degli esperti di Eikonos Arte. Anche Unicredit garantisce un ruolo di Art Advisor. «Si tratta di affiancare il cliente -spiega D'Amico - per proteggere il valore della propria collezione o nel crearne una nuova. Ma la consulenza specializzata, quella abbiamo deciso di lasciarla al nostro partner, Christìe's». Insomma, partner di eccezione, per clienti eccezionali. Certo, i gestori di ricchezza confermano che l'interesse verso la cultura è crescente. Ma per chi di solito agisce nell'ottica di ampliare, o comunque far rendere un investimento, muoversi tra bronzi, quadri e sculture è ancora come muoversi in un campo minato. «Un quadro più rivelarsi un ottimo investimento - conclude D'Amico - ma non è una asset class come le altre». È una classe a sé. Fuori mercato. Anzi, senza un mercato nel senso proprio (trasparenza, spessore, efficienza) del termine. Non è un caso se in tutto il mondo ci sono solo due team, in totale una ventina di persone divise tra Citigroup e Ubs, capaci di prendersi la responsabilità di consigliare investimenti in arte. In realtà pare esista anche un indice, un benchmark delle valutazoni. Nomen omen: si chiama Hedonistic Index.