Piano casa. La presidente del Fai Giulia Maria Mozzoni Crespi chiede maggiore attenzione per il territorio Vorrei tornare sul Piano Casa, perché le sue ricadute a danno del paesaggio e dell'ambiente destano preoccupazione. Indigna infatti la scelta sottesa di non governare le trasformazioni del territorio, in un paese già fortemente abusato, come la recente tragedia di Messina violentemente ci ricorda. Mi riferisco al Piano Casa lanciato dal Governo a marzo - poi recepito nella conferenza Stato-Regioni del 31 marzo 2009, che consente di ampliare ville e villette del 20, demolire e ricostruire edifici ampliandoli del 30, al di fuori di quanto previsto nei piani regolatori. Tutto questo in nome di un presunto rilancio economico. Come sappiamo, le Regioni si sono subito attivate formulando normative di cui poche più restrittive e molte più devastanti: con estensioni anche massicce degli aumenti di volumetria concessi; mentre in alcune Regioni si è permesso l'intervento nei centri storici e nei parchi regionali o l'applicazione anche a edifici industriali o commerciali. Si è dato vita ad un patchwork normativo,la cui difformità mostra chiaramente le lacune dell'intesa Stato-Regioni. Mentre il Governo non ha emanato quel decreto legge al quale si era impegnato nella stessa Intesa e che avrebbe dovuto, o potuto, costituire una cornice per l'operato delle Regioni. Ogni Regione, dunque, su un tema così cruciale come la pianificazione del territorio, ha fatto da sola e, di fatto, in totale assenza dello Stato. Il Piano Casa così concepito va in deroga alla pianificazione comunale eliminando per un arco temporale di 18 mesi i piani regolatori che hanno lo scopo di governare il territorio: questo è l'elemento di maggiore gravità. Trattandosi di una specie di obbligo a non curarsi della pianificazione, non si sbaglia a definire il Piano casa un condono edilizio preventivo. Vi è in questo una sopraffazione dell'autonomia dei Comuni in materia urbanistica e inoltre una palese violazione della disciplina comunitaria in materia di Valutazione ambientale strategica, che potrà esporre il Paese nuovamente al giudizio della Corte di Giustizia europea. La Regione ha approvato un suo testo di legge in luglio, dopo un dibattito abbastanza serrato a scala locale. Poiché la legge regionale lascia ai Comuni la possibilità di escludere alcune aree del proprio territorio dall'applicazione del Piano Casa, il Fai ha scritto direttamente ai 1.546 Sindaci lombardi, appellandosi affinché salvaguardassero «nel modo più attento quegli elementi costituiti dalle testimonianze storiche, dalla natura e dal paesaggio lombardo, che rappresentano il nostro orgoglio e insieme il patrimonio da trasferire intatto, se non arricchito, alle generazioni future; evitando che i nuovi interventi possano involgarirlo o degradarlo, come purtroppo è già avvenuto in tante situazioni che sono sotto i nostri occhi». Azione rinforzata anche da Wwf e Italia Nostra, che hanno poi posto l'accento sulla necessità di tutelare le aree protette. Ebbene, il 15 ottobre chiusa la possibilità per i Comuni lombardi di deliberare restrizioni al Piano Casa sta emergendo un quadro di grande interesse: i Comuni si sono attivati nella tutela e sono, malgrado la scarsità di tempo concesso, corsi ai ripari. Comuni grandi e piccoli (da Milano a Casalzuigno), comuni storici e di più recente formazione (da Mantova a Cinisello Balsamo) hanno difeso la storia, la natura e l'identità del proprio territorio vincolando aree cittadine. Queste delibere devono fare riflettere. Forse, più di quanto non si creda, i valori ambientali e il valore del paesaggio come bene collettivo sono sempre più riconosciuti. Forse, il tanto deprecato egoismo territoriale non sta in chi difende il proprio territorio, ma in chi impone scelte territoriali sbagliate e irreversibili a danno della collettività e a solo vantaggio dell'interesse di pochi. La qualità ambientale dei nostri territori, la tutela del paesaggio non sono forse straordinari motori di quel comparto economico tanto strategico per il Paese: il turismo?