Lettera di Giovanna Ragioneiri Firenze Leggo sul supplemento domenicale del 19 gennaio l'interessante testo di Salvatore Settis, dal titolo, forse redazionale ma di effetto, "Il bello dei Borboni", che sottolinea l'importanza e l'efficacia dei provvedimenti a favore delle antichità e delle opere d'arte emanati nel Regno di Napoli e nello Stato Pontificio. Vorrei sollecitare una riflessione ulteriore. A Firenze, dove abito, si tiene in gran conto lo strumento con cui l'Elettrice palatina, ultima dei Medici, vincolò a Firenze le raccolte medicee. Eppure questo fu solo un "patto di famiglia", che non poteva avere (e infatti non ebbe) alcun effetto sulle opere custodite nelle chiese o di proprietà privata, che infatti hanno arricchito molti musei stranieri: gli esempi sono così noti e numerosi da non dover essere citati. Si conosce addirittura il caso del dossale di Giuliano da Rimini, già conservato a Urbania (nelle Marche, cioè nell'ex Stato Pontificio), che, alla fine dell'Ottocento, prima che l'Italia avesse una sua legislazione unica in materia, poté essere venduto a Isabella Stewart Gardner solo perché fatto passare per Firenze, sfuggendo così ai rigori dell'editto Pacca. Senza contare che gli emissari lorenesi non mostrarono grinta nelle trattative per la restituzione delle opere prelevate da Vivant Denon per conto di Napoleone, lasciando al Louvre addirittura Cimabue e Giotto provenienti da Pisa. Grazie per l'attenzione Giovanna Ragionieri Firenze Risposta di Salvatore Settis L'osservazione di Giovanna Ragionieri è giusta nel merito, e giustissima quando lamenta i mancati ritorni di opere d'arte dopo le spoliazioni napoleoniche. Vorrei però integrarla con due osservazioni complementari. La prima è che non manca affatto, oggi, il rischio che si ripeta, e assai più in grande, la storia del dossale di Giuliano da Rimini. Ci sono infatti profonde differenze fra i vari Paesi europei quanto alle norme di tutela (o addirittura alla loro assenza), e quello che si fece allora tra gli Stati del Papa e la Toscana si potrebbe fare domani fra l'Italia e la Gran Bretagna. Questa è una delle ragioni per cui il presidio delle leggi di tutela dev'essere fermamente mantenuto (come vuole la Costituzione) a livello dello Stato centrale, senza nessuna devoluzione a competenze regionali che frammenterebbero pericolosamente l'azione. Seconda osservazione: pur nel suo diverso carattere (appunto, di "patto di famiglia" fra Medici e Lorena), il documento del 1737 ebbe l'effetto di legare per sempre a Firenze i beni artistici della corona granducale. Fu quello, un patto di natura dinastica, e non coinvolse l'interezza del patrimonio artistico del Granducato, ma solo quanto era di proprietà sovrana; mentre l'editto Pacca (del resto emanato in uno Stato, quello pontificio, che non ha dinastia) è più "moderno" in quanto esplicitamente ispirato dal principio dell'interesse pubblico. Eppure, bisogna osservare che pur nelle differenze fra le legislazioni, gli editti, i provvedimenti, i "patti di famiglia" dei vari Stati italiani prima dell'unità politica del Paese c'è un'importante costante culturale: ed è la tendenza, che si esprime in modi più o meno avanzati e riusciti, a proteggere il patrimonio culturale (o almeno una parte significativa di esso) vincolandolo al territorio di sua appartenenza storica. E' solo per questo che l'Italia ha un "tasso" medio di conservazione in situ del patrimonio culturale più alto di qualsiasi altro Paese; ed è a questa tradizione che non dobbiamo in nessun modo rinunciare cedendo a superficiali ragionamenti economicistici, svendendo il nostro patrimonio.