Dal 1951 al 2001, la popolazione è cresciuta del 50 per cento, mentre i comuni limitrofi di Napoli, un secolo fa definiti «corona di spine» (F. S. Nitti), oggi sono decuplicati e urbanizzati al punto che non hanno più aree libere per gli standard urbanistici. Nel 2007 la popolazione della provincia ha toccato il massimo storico di 3.181.291 abitanti e una pericolosità insostenibile per la minaccia delle due aree vulcaniche, il Vesuvio e i Campi Flegrei, ad alto rischio permanente. Essa è la più piccola della Campania: entra interamente nel Grande Raccordo Anulare di Roma. È come se in questultimo, cuore della capitale, vi fossero il Vesuvio e i Campi Flegrei. Ma laspetto più sconcertante è che da un lato si fanno piani di evacuazione dalle due "zone rosse"; dallaltro, si reclama la costruzione di altre migliaia di vani nella stessa provincia. Infine agli squilibri demografici e territoriali bisogna addizionare quelli economici: in Campania vive il 10 per cento della popolazione italiana che produce meno del 7 per cento del reddito nazionale col 16 per cento dei disoccupati italiani. Questi dati spiegano ampiamente le previsioni Istat al 2051 dellesodo di migliaia di abitanti da Napoli, dalla provincia e dalla Campania. La ragione è semplice. Si fugge perché manca la qualità della vita e non vi sono più aree libere per colmare il deficit pauroso di standard (attrezzature, servizi e verde) previsti dal decreto ministeriale 144468 e dal Prg vigente. Sulla base di questi dati, propri delle metropoli sottosviluppate, 10 anni fa fu redatto il "Manifesto per la rottamazione delledilizia post-bellica, priva di qualità e non antisismica e il rilancio delleconomia urbana", pubblicato sulla rivista fondata da Bruno Zevi (Larchitettura, cronache e storia, n 553, giugno 2000). Questo proponeva due politiche complementari di incentivi: alla conservazione dei centri storici mediante «fiscalità di vantaggio»; e alla rottamazione suddetta mediante incrementi volumetrici. Una strategia che ha due scopi: salvaguardare le aree verdi superstiti quali «beni unici e irriproducibili» e riqualificare ledilizia esistente. Tale politica di demolizione-sostituzione escludeva: i centri storici e le aree paesaggistiche; le aree a rischio vulcanico, sismico e idrogeologico; i capannoni industriali da riconvertire ad altra attività produttiva o da delocalizzare destinando le aree a standard urbanistici. Questo manifesto è stato reinterpretato e ridotto allodierno "piano casa". Oggi questo Giano Bifronte può essere utilizzato per rimettere in moto leconomia, ma a due condizioni. In primo luogo, considerandolo complementare al "piano nazionale di edilizia abitativa" (decreto legge 25 giugno 2008, n 212), detto "piano delle 100 città". In tale prospettiva il "piano casa" può consentire la riqualificazione delledilizia residenziale esistente attraverso incentivi volumetrici. Viceversa, il "piano delle 100 città" permette la creazione di nuove unità urbane eco-compatibili localizzate a scala metropolitana per riequilibrare il territorio. In secondo luogo, occorre rispettare il dpr 3802001 che considera «lottizzazioni abusive» (articolo 30) quelle senza standard urbanistici. Dunque: si faccia decollare il "piano casa" con gli stessi criteri adottati dalle altre Regioni, cioè utilizzando le aree dei capannoni per gli standard previsti dal Prg, di cui la città ha un disperato bisogno. Non si uccidano le residue speranze di futuro della città metropolitana con unoperazione a rischio di illegalità. Se esiste una classe dirigente responsabile si assuma il compito storico di coordinare il "piano casa" e il "piano delle 100 città" in ununica strategia lungimirante di riqualificazione del territorio. Forse si potrebbe ancora rovesciare il giustificato pessimismo di Saverio Vertone che nel '92 (cioè prima dellattuale stagione politica) scriveva: «Napoli ha raggiunto il punto in cui i piccoli vantaggi che ognuno ottiene infischiandosi degli altri si traducono in una catastrofe collettiva».
NAPOLI - PIANO CASA, DAI PICCOLI VANTAGGI ALLA CATASTROFE
La popolazione della provincia di Napoli è cresciuta del 50% dal 1951 al 2001, mentre i comuni limitrofi sono decuplicati e urbanizzati. La provincia ha raggiunto il massimo storico di 3.181.291 abitanti nel 2007, ma la pericolosità per le aree vulcaniche e sismiche è insostenibile. La provincia è la più piccola della Campania e entra interamente nel Grande Raccordo Anulare di Roma. La situazione è aggravata dagli squilibri demografici, territoriali e economici, con il 10% della popolazione italiana che vive nella Campania e produce meno del 7% del reddito nazionale.
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