A Roma, presso la Galleria Borghese, "Il Martirio diSant'Orsola", l'ultimo dipinto del grande artista bergamasco, attribuito a lui solo nel 1974 e ora restaurato. In un primo momento si pensò fosse opera di altri pittori, ma poi le ricerche hanno reso possibile documentare anche il luogo e la data di esecuzione, il nome del committente e le circostanze dell'invio della tela a Genova, dove l'opera giunse il 18 giugno dello stesso anno "Il Martirio di Sant'OrSola" è con ogni probabilità l'ultimo dei dipinti di Caravaggio. Attribuito in precedenza a Bartolomeo Manfredi da Roberto Longhi e, successivamente, a Mattia Preti, l'opera solo nel 1974 ostata assegnata da Mina Gregali e daFerdinando Bologna al grande maestro lombardo. La proposta attributiva degli studiosi ha trovato in seguito clamorosa conferma tramite il riscontro di dati di archivio che hanno dimostrato come il dipinto possa essere con certezza considerato urioperaautenticadellaestre-ma stagione del pittore bergamasco. Di più, è stato possibile documentare il luogo e la data di esecuzione (Napoli, tarda primavera del 1610); il nome del committente (il Principe Marcantonio Doria, figlio del Doge Agostino) e le circostanze dell'invio della tela a Genova, dove l'opera giunse il 18 giugno dello stesso anno. Il recente restauro di questo dipinto, a cura dell'Istituto Centrale del Restauro, ha consentito, rimuovendo le sedimentazioni del tempo e degli interventi pittorici successivi, di restituire al dipinto l'antica bellezza e di fugare ogni residuo dubbio attributivo. La possibilità di poter ammirare l'opera estrema del Caravaggio, di proprietà di Banca Intesa, è evidentemente unica nel suo genere. Prima di essere trasferito a Milano e a Vicenza, sarà ancora possibile, fino al 20 giugno, per i romani godere delle emozioni che il quadro regala in ambienti che non potrebbero essere più adatti: quelli della Galleria Borghese (ingresso gratuito). Il restauro ha il merito grandissimo di averci restituito la testimonianza ultima della sperimentazione e della poetica di Caravaggio. Una specie di testamento spirituale firmato con il tormentato autoritratto dell'artista che campeggia accanto al volto della santa nel momento estremo del martirio. E firmato anche con una mano protesa verso l'osservatore che il restauro stesso ha permesso di recuperare, un tentativo estremo di "riparare" la santa dai danni ferali inferti dalla freccia del re unno ma, noi crediamo, anche un gesto rivolto verso il mondo. Con quella mano, forse, Caravaggio, presago della sua fine imminente, cerca di tenere lontano il destino. Basterebbe l'affiorare di questa mano a giustificare un viaggio. Ma c'è di più naturalmente. C'è un esempio sublime dell'arte di un pittore, unico nella storia dell'arte di tutti i tempi e di tutti i luoghi, che si libera di ogni cosa superflua. Riconduce all'essenziale l'impianto scenico. Operando senza disegno, con un tratto veloce e deciso, restringendo al minimo gli spazi fino a sacrificare una logica spaziale troppo descrittiva e verosimile per esaltare, viceversa, l'intima realtà di un dramma in cui vittima e carnefice sono separati da una mano, la mano del pittore stesso che ritrae se stesso dentro una scena di crudeltà e di morte. Attorno il buio esalta i bagliori di una luce che disegna i tratti fisiognomia dei pochi protagonisti, restituendo il pallore mortale della santa e l'umanità intrisa di vita, sporca vita, di volti che solo i film del migliore Pasolini saranno in grado di proporci. Scrive Peter Robb: «Questo dipinto è il crisma di una tragedia dal timbro visionario e dal clamore quasi trattenuto (il colore ridotto, in pratica, a tre soli toni: bruno, rosso, terre). (...) lo splendido profilo classico di Orsola è posto a diretto confronto col ghigno animalesco del re unno (...), che l'ha colpita a distanza rav-vicinatissima con una freccia. I gesti (...) fanno intuire la stretta contemporaneità di causa e effetto, ulteriore approfondimento dell'impulso scenico del Caravaggio». Si tratta di un impulso in cui non c'è differenza, però, fra rappresentazione e vita, fra vita e morte. Un senso di morte e di ineluttabile dolore pervade tutta l'opera di Caravaggio. Negli ultimi anni, nel suo ultimo dipinto, questa consapevolezza diventa più cupa, più densa e opaca trovando risalto nella semplificazione formale e nell'abbandono di qualsiasi decoro. La vicenda esce dai canoni e diventa realtà. Sono perse le tracce di ogni scuola. Inizia una nuova scuola che è quella che farà di Caravaggio l'anticipatore del moderno. Una insostenibile solitudine deve aver circondato l'artefice di questa discontinuità, la solitudine di chi è troppo avanti agli altri per essere capito.