Domenica, telecronaca in diretta su Sky, mischia in area tra Chievo Verona e Bari, lo speaker commenta: «bisognerà snodarli perché si sono annodati come Laocoonte». Un'epica eterna, che riaffiora nell'immaginario collettivo, fin dal racconto che ci ha lasciato Virgilio nell'Eneide: i timori del sacerdote troiano che, contro il volere di Atena e Poseidone, si oppose all'ingresso nella città del cavallo di legno lasciato dai Greci - «Questa è macchina contro le nostre mura innalzata....Temo i Dànai, e più quand'offrono doni» - e la morte atroce quando due serpenti marini lo avvolsero fra le loro spire uccidendolo insieme ai due figli, segnando così la distruzione di Troia necessario, preludio virgiliano alla fondazione di Roma. Una scena immortalata una seconda volta nel marmo, opera da Plinio attribuita a tre scultori di Rodi oltre duemila anni fa, e ritrovata cinque secoli fa a Roma. Una delle copie più famose, quella rinascimentale di Baccio Bandinelli, da ieri torna a risplendere agli Uffizi, dopo un intervento durato un anno. Come l'originale a Roma segna i Musei Vaticani, questa è tra le opere più suggestive della Galleria. «Il bel marmo di Baccio - ha dichiarato il direttore del museo Antonio Natali - è una delle prime e più intense prove della fortuna grande d'una scultura antica che tuttora continua ad essere emblema di pathos, di forza di languori, di lirica accorata». Durante tutto questo periodo, il cantiere di restauro del Laocoonte è rimasto aperto in via eccezionale, schermato da pannellature trasparenti, per consentire ai visitatori di seguire lo stato di avanzamento dei lavori. Alla presentazione del restauro ha partecipato Andrea Carandini, uno dei più autorevoli e illustri archeologi italiani, con una conferenza dal titolo "Il contesto archeologico del Laocoonte". Una ricostruzione medita quella di Carandini che, dopo aver confrontato antiche mappe dell'Urbe, propone una sua ipotesi sull'identificazione esatta della sala e del contesto da cui proviene l'originale gruppo di età ellenistica. Scoperto nel 1506 sul Colle Oppio a Roma, Plinio nella Storia Naturale lo segnalava «in Titi imperatoris domo». Ma dove? In un agglomerato, legàto alla dimora del prefetto e al culto per il vecchio re Servio Tullio, fino alla nomina come prefetto del futuro imperatore Tito. Una storia remota ma importante, spiega Carandini: «Nulla sappiamo sul contesto in cui nasce a Rodi il Laocoonte, ma in quanto scena omerica rappresenta la fine di Troia e allo stesso tempo l'arrivo di Enea nel Lazio. Quindi Romolo e Roma. Identificare la casa è fondamentale per capire la ricontestualizzazione romana». Intanto a Roma si continua a scavare in pieno centro storico per i lavori della metro: «Ci si aspettano molte cose, ho le mie riserve su alcune attribuzioni, ma sono stati scoperti importanti edifici pubblici. Per ora nessun sventramento. Questi lavori sono delle straordinarie occasioni, come accaduto per l'Auditorium di Renzo Piano grazie al quale si scopri una grande villa suburbana».