Glielo avessero detto quarant'anni fa ai nostri politici di allora che saremmo caduti così in basso, si sarebbero messi a ridere. Nel 1970 l'industria turistica italiana era la più fiorente del mondo. il Bel Paese figurava in testa a tutte le classifiche planetarie: come già al tempo di Wolfgang Goethe, il viaggio in Italia era semplicemente irrinunciabile. Finché ci hanno superato i francesi. Quindi gli americani. Poi gli spagnoli. Infine, nel 2004, i cinesi. Così siamo scesi al quinto posto, in attesa del prossimo sorpasso, quello del Regno Unito. Ma anche nella graduatoria mondiale del peso economico dell'industria turistica l'ltalia ha fatto un bel capitombolo. Come sia stato possibile precipitare in pochi anni al settimo posto, dietro Stati Uniti, Giappone, Cina, Francia, Germania e Spagna, prova a spiegarlo un dettagliato dossier del servizio studi di Intesa Sanpaolo. Prezzi troppo alti, carenze infrastrutturali, scarsa sicurezza, dimensione esigua delle aziende, confusione nelle politiche pubbliche. E investimenti nettamente inferiori a quelli di Francia e Spagna. C'è tutto questo e altro ancora dietro la progressiva perdita di competitività di un settore che con l'indotto contribuisce al 10 del prodotto interno lordo. Secondo il World economic forum nel 2009 l'Italia è al ventottesimo posto nel mondo. Superata, nella classifica della competitività dell'industria turistica, non soltanto dai suoi più diretti concorrenti, come Francia e Spagna, ma anche da Portogallo, Grecia, Islanda, Cipro ed Estonia. Preoccupa soprattuto la graduatoria che riguarda la competitività del prezzo, dove l'Italia si piazza al posto numero 130 su 133 Paesi. Ma anche la sicurezza (ottantaduesimo posto), l'ambiente (cinquantunesimo) e l'educazione (quarantacinquesimo) sono fattori particolarmente critici. Non che manchino le infrastrutture turistiche. Anzi. L'italia, dice il rapporto di Intesa Sanpaolo, «è al secondo posto per numero di alberghi e posti letto, seconda soltanto agli Stati Uniti, ma le sue imprese sono piccole. Il primo tour operator italiano fattura meno del 4 del primo operatore europeo». Ancora: in Italia ci sono un milione 34.710 camere, divise in 33.768 alberghi «3 camere per albergo in media», contro 46,1 in Spagna e 34,6 per la Francia. Inoltre, le catene alberghiere «costituiscono solo il 4 del totale, contro una media europea del 20». E non è soltanto colpa della crisi se fra luglio 2oo8 e giugno 2oo9, secondo Italian hotel monitor, l'occupazione delle camere d'albergo «ha subito una flessione media del 5, che ha raggiunto 117 a Milano e Roma» e se quest'anno gli arrivi mondiali in Italia, stima il Centro internazionale di studi sull'economia turistica, diminuiranno del 2,5. Ma è un dato di fatto che anche a causa della frammentazione eccessiva l'Italia non riesce ancora a intercettare i flussi turistici con i maggiori tassi di sviluppo, come quello cinese. Lo scorso anno sono usciti dalla Cina in 35 milioni, il 6,2 dell'intero movimento turistico planetario, valutate in 924 milioni di persone. Ma è previsto che i turisti cinesi all'estero supereranno nel 2010 i 50 milioni, per raggiungere 100 milioni nel 2020. Il bello è che nemmeno il mare e il sole riescono a fare la differenza. «Il Sud dice il dossier di Intesa Sanpaolo ha la minore percentuale di coste balneabili d'Italia e, pur registrando il maggior numero assoluto di spiagge con bandiere blu, ha una densità di diffusione di tali certificazioni di qualità ambientale nettamente inferiore al resto del Paese». Come se non bastasse, «dei 2.570 comuni del Mezzogiorno solo 180 sono risultati potenzialmente o effettivamente turistici. Dalle analisi è risultato che i comuni potenzialmente più attrattivi non hanno saputo adeguatamente valorizzare tutti i fattori di attrattiva territoriale posseduti, evidenziando flussi turistici marcatamente esigui (per esempio Siracusa, Pescara, Brindisi, Castellammare di Stabia.)» C'è chi ritiene, e non da oggi, che in una situazione del genere le strutture pubbliche dovrebbero rimboccarsi le maniche. Il problema però sono proprio le strutture pubbliche. Nel 1993 il ministero del Turismo venne soppresso con un referendum popolare. Lo sostituì un Dipartimento per il Turismo alla presidenza del Consiglio. Ma da allora, di fatto, fino alla creazione dell'attuale dicastero affidato a Michela Vittoria Brambilla, non c'è più stata una vera struttura di coordinamento delle politiche turistiche. «Le funzioni risultano frammentate fra diversi attori, centrali e locali, con una sovrapposizione di moli e responsabilità e una struttura burocratica che non è in grado di recepire scrivono gli esperti di Intesa Sanpaolo l'evoluzione dei modelli di organizzazione turistica che caratterizzano da anni i diversi Paesi competitori». Secondo lo studio, la legge quadro varata nel 2001 e la riforma del titolo V della Costituzione voluta dal centrosinistra, che ha attribuito molte competenze alle Regioni, avrebbero generato «una situazione di confusione istituzionale, in assenza di reale coordinamento centrale». Proprio la legge del 2001 ha dato vita ai cosiddetti Stl, i Sistemi turistici locali che allo scopo di integrare «il lavoro di operatori pubblici e privati utilizzano finanziamenti regionali o statali per progetti turistici specifici». Ebbene, a dicembre del 2008 questi Stl erano ben 60, in tutte o quasi le Regioni italiane. Con il rischio, aggiunge il dossier, di «creare sovrapposizioni e problemi funzionali rispetto alle agenzie di promozione turistica». Competenze frazionate, inefficienze, e anche pochi soldi. Tutto questo si è tradotto in una «governance del turismo in equilibrio precario fra Stato e Regioni», un'azione «pubblica debole, con Regioni in gran parte passive che non intervengono in modo adeguato». Altra musica in Spagna, considerato a ragione il principale concorrente dell'Italia. La struttura organizzativa del Paese iberico assomiglia a quella italiana, però con intrecci e sovrapposizioni decisamente minori. Anche in Spagna la competenza sul turismo è locale. Esiste tuttavia un forte coordinamento centrale delle attività di sviluppo turistico attraverso la segreteria di Stato del commercio e del Turismo. A valle del governo opera Turespaña, che ha compiti analoghi a quelli del nostro Enit, ma con una forza d'urto un po' differente. Nel 2007 l'ente spagnolo ha avuto a disposizione 148 milioni di euro, e ne ha impiegati 77 circa per le attività di promozione internazionale. Nel bilancio dell'Enit c'erano invece 56 milioni, di cui ne sono stati spesi per la promozione appena 27. Quest'anno la Spagna ha destinato 400 milioni di euro per il miglioramento delle strutture ricettive private: il 109 in più rispetto allo scorso anno.
Corriere della Sera
20 Ottobre 2009
Turismo, l'Italia non è più leader
SE
Sergio Rizzo
Corriere della Sera
L'Italia è caduta al settimo posto nella graduatoria mondiale del peso economico dell'industria turistica, dietro Stati Uniti, Giappone, Cina, Francia, Germania e Spagna. Il rapporto di Intesa Sanpaolo attribuisce la perdita di competitività al prezzo, alla scarsa sicurezza, alle carenze infrastrutturali, alla dimensione esigua delle aziende e agli investimenti inferiori a quelli di Francia e Spagna. L'Italia è al secondo posto per numero di alberghi e posti letto, ma le sue imprese sono piccole e le catene alberghiere costituiscono solo il 4% del totale.
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