Da quando Guido Donatone scrisse il suo primo racconto, Capitolo, è passato molto tempo, ma non inutilmente per la sua evoluzione di scrittore, e oggi, dopo aver letto i sei racconti che compongono lultima pubblicazione, Il pavone e altri racconti (Libreria Dante e Descartes editore), si può tranquillamente affermare che con un tenace, appartato lavoro lo scrittore è riuscito a dare di sé una cifra precisa. Tra gli impegni per la sezione locale di Italia Nostra, di cui è presidente, e gli studi sulle ceramiche, Donatone ha lasciato sempre libero uno spazio per la fantasia, anzi direi che linteresse letterario in lui è strettamente connesso alle predette attività, costituendone quasi lepitome, il momento sublimato della riflessione unito alla libertà creativa, ovviamente senza sacrificare interessi collaterali talvolta eccentrici. Si veda come nelle sue pagine risalta il conoscitore darte e quale incidenza in esse ha la difesa dei valori urbanistici. Naturalmente ciò a volte non appare, nel Pavone, per esempio, pur essendo una riuscita, ironica narrazione. Può capitare ancora leggendo altri scritti dellautore, tuttavia alla fine ci accorgiamo che il suo centro fantastico-verbale è altrove: nella sua ferma passione civile arricchita da unansia che non si accontenta dei puri fatti. Io ho sempre apprezzato le prime venti pagine del romanzo Il disinganno, vive per la presenza di una vecchia aristocratica di discendenza spagnola vedova dun magistrato. Ebbene, questo personaggio e la sua casa sono presentati con una trasparenza ammirevole; lautore si rigira tra le mani la sua ideazione (o evocazione) quasi fosse una porcellana pregiata, la scrittura assume toni al contempo quotidiani e raffinati e pare che quellambiente, quella figura, siano illuminati da una luce diurna che non è del presente. Una finitezza, un gusto che sono quelli dun collezionista darte. Passando ad un altro esempio, ricordo un elenco di suppellettili duna casa principesca nel libro dedicato allambasciatore inglese Hamilton; un elenco, nientaltro, ma si seguiva come un racconto. Anche Larchitetto del faraone, uno dei sei racconti, dà indicazioni in tal senso. Narrare è far rivivere, e chi è permeato dal fascino dun oggetto, dun ambiente e dun personaggio comunica meglio agli altri la sua emozione. Bene ha colto questa peculiarità dello scrittore Giancarlo Rugarli scrivendo: «Donatone ha grande attenzione per le cose, specie se belle e preziose». Ciò è vero, ma non fa di Donatone un "preziosista" imprigionato nei ristagni nostalgici dun tempo capace di produrre nel micro e nel macro cose belle, semmai lo scrittore attinge dalle belle cose del passato il senso dellordine e della compiutezza che contrasta le brutture dun mondo impoverito da un pragmatismo becero e straccione. E a questo possiamo legare i due punti focali del suo mondo: larte e la polemica contro lo spirito di rapina delle devastazioni urbanistiche. Del secondo impegno abbiamo una testimonianza letteraria inequivocabile col racconto Luccello nella gabbia, dove un vecchio anarchico istruisce un giovane camorrista su quel che fu in realtà il «Risanamento», ossia la distruzione dei vecchi quartieri napoletani del centro; evento che rappresentò dopo il 1860 la prima grande speculazione edilizia della città, realizzata con la benedizione delle autorità e di quasi tutti gli uomini di cultura locali, fatta eccezione del poeta Ferdinando Russo, animo repubblicano e non borbonico. Matilde Serao a sua volta scrisse a disastro compiuto i brucianti articoli del Ventre di Napoli. NellUccello in gabbia, intenso racconto, Donatone si è ispirato a un personaggio veramente esistito: Francesco Cacozza, anarchico individualista la cui storia ricordai in un articolo di qualche anno fa. Chi ascolta il vecchio carcerato è, come si è detto, un giovane camorrista; ma non è uno dei tanti, giacché in via di redenzione. Buon proposito che non avrà fortuna. Nel libro vi è un secondo personaggio del genere, a rappresentare gli esponenti duna nuova borghesia al massimo equivoca, che aiuterà Napoli a declassarsi e ad affondare. Il pavone e altri racconti lho letto con interesse anche per larricchimento del linguaggio dellautore. La scrittura è scorrevole e disinvolta pur avendo un pregevole spessore dovuto a una ben dosata propensione al plurilinguismo con limpiego di vocaboli della lingua, del dialetto e della lingua deformata, che ineriscono e sommuovono sia il tessuto lessicale sia quello sintattico. Si sa che il grande maestro di questindirizzo è stato Carlo Emilio Gadda, ancora oggi punta avanzata della prosa narrativa italiana. Strada maestra la sua, che però pochi seguono per levidente complessità, ché non è facile armonizzare lingua e dialetto. E di passata non posso fare a meno di accennare alla decadenza del romanzo italiano dovuta, salvando pochi nomi, allinfinito stuolo degli ultimi facitori di libri. La prosa di costoro ha aggravato una vecchia debolezza dei nostri narratori: sostituire lo spessore linguistico coi sentimenti. Letteraria epidemia dalla quale è indenne Guido Donatone, che in buona salute ottiene con questi sei racconti un doppio risultato: delinea perfettamente il suo mondo e lo fa con una scrittura che non ignora la plasticità della parola. ("Il pavone e altri racconti" viene presentato alle 17 allIstituto di studi filosofici in via Monte di Dio 14 da , Marco Lombardi e Nando Vitali)