Ragazzi cresciuti in gruppo al liceo Umberto, sognatori ed attenti. Macchiaroli laveva rinnovata da poco, coi libri a portata di mano, così che potevamo sfogliarli e innamorarci magari di una scrittura mai incontrata prima. Sotto il livello della strada Macchiaroli aveva ricavata una saletta «dove potrete incontrarvi, parlare, discutere», diceva agli abituali suoi visitatori presentando questo nuovo "gioiello". Un tavolo al centro e le panche tuttintorno. Inge, sua moglie, bionda e gentile, amministrava con grazia quello spazio e il nostro tempo. Lui rimaneva rinchiuso nel suo studio. Ci si andava al mattino, era una nostra piccola tana accogliente da cui nessuno ci avrebbe mai cacciati. Un giorno, alzando lo sguardo sulla strada che terminava nel bel palazzo con la facciata rosa e il portale di pietra grigia, notammo qualcosa di strano. Qualcuno, durante la notte, aveva divelto il frontone di piperno, le basi dei balconi, la pietra che ornava le finestre. «Macchiaroli cosa stanno facendo a Palazzo Roccella?», chiedemmo entrando in libreria. La domanda lo fece sobbalzare. Uscì fuori a guardare gli operai al lavoro. Fulmineo ed esperto di rapine urbanistiche di cui la città era stata già vittima, si insospettì e si mise al telefono. Un progetto, ci disse poi, uno dei tanti progetti che in quegli anni deturpavano Napoli, prevedeva il rapidissimo abbattimento dellantico Palazzo e la costruzione di uno nuovo "alto e bello". Macchiaroli si mise al lavoro, aveva prestigio ed autorevolezza per mettere sullavviso soprintendenze, giornali, politici, intellettuali. Chiamò a raccolta amici giovani e meno giovani. Davanti allantico Palazzo dei Principi di Roccella, ferito ma fortunatamente non a morte, Macchiaroli chiese a gran voce giustizia per unarchitettura che non doveva essere cancellata. Per la storia di una città da difendere e proteggere da ogni scempio tentato. I lavori furono fermati per sempre. Seguirono poi sequestri, abbandono, acquisizione dello spazio alla città, dibattiti. Un tempo lunghissimo. Altri sogni, altri umori simpadronivano della città. Poi vennero gli anni del recupero dellantico Palazzo e quelli della sua riapertura. Macchiaroli non si è mai vantato di quella battaglia vinta tanto rapidamente. Come non si è vantato di tanta parte del suo silenzioso lavoro che un imperativo categorico gli imponeva. Così Palazzo Roccella è diventato il Pan. Se Napoli possiede un bene così bello e prezioso, quella lapide posta sul muro è un piccolo grazie dovuto.