Fondazioni e cultura è un binomio accattivante, come è problematico il binomio cultura e risorse economiche. Se ne è parlato lungamente ad Atene, dove nei primi giorni di giugno si è svolta la quindicesima Conferenza generale dello European Foundation Centre, la principale associazione delle fondazioni operanti in Europa, suggestivamente intitolata «L'Agorà di Atene. Costruire ponti tra civiltà e culture». Si è richiamata l'importanza del ruolo delle fondazioni quali luoghi e promotori di cultura aperta, dialogica, costruttiva. Al tempo stesso, non si è mancato di sottolineare come le fondazioni possano portare un contributo importante a quell'altra dimensione culturale, dalle evidenti implicazioni identitarie ed educative, che è il mantenimento e l'ampliamento dell'accesso dei cittadini al patrimonio culturale, la sua lettura quale comune eredità dell'umanità, verso la quale anche, e in primo luogo, la società civile deve esprimere un'attenzione responsabile e creativa. Molte delle risorse delle fondazioni europee sono canalizzate verso questo tipo di attività. Quella delle risorse è questione fondamentale per il nostro caso italiano, nel quale tali idee generali sembrerebbero applicarsi particolarmente. Da noi il rapporto tra fondazioni e cultura è tra i più dinamici e fecondi, e ciò accade in molte accezioni e secondo disparate tipologie. Esistono fondazioni che fanno della ricerca e del dibattito culturale il proprio specifico, contribuendo così ad arricchire quel pluralismo delle voci e quella continua produzione di idee indipendenti su cui si radica una democrazia; altresì impegnano alla messa in valore di patrimoni culturali storico-artìstici dispersi o negletti, ovvero custodiscono per la collettività o gli studiosi giacimenti archivistici, collezionistici, valori paeaggistid; altre contribuisco» a edificare la memoria del presente e a sostenerne la creatività. Crucialissima è poi la funzione, comune in particolare alle fondazioni di origine bancaria, dell'intelligente sostegni finanziario alle attività lato sensi culturali del terzo settore, ma anche delle pubbliche amministrazioni. Quello del rapporto con il settore pubblico è un punto di estremo rilievo. Al profilo giuridico della fondazione si fa ricorso oggi per riconfigurare, operando una sorta di quasi privatizzazione, istituzioni culturali per lungo tempo gestite quali enti pubblici. È appena il caso di ricordare le fondazioni teatri lirici, cui si vanno accostando fondazioni museo, fondazioni sito ar-cheolgico e così via tutti modelli organizzativi in cui si è ritenuto di superare, a mezzo della forma giuridica privatistica, di assetti di govemance pubblico-privata e dell'auspicato ingresso di capitali o di contributi privati, le impasse e le rigidità della forma pubblicistica. Tuttavia, il nostro non è (per ora) un quadro idilliaco. Come di ogni fenomenologia sociale è possibile sottolinearne luci e ombre. La proliferazione delle fondazioni testimonia del dinamismo della società civile e dell'esistenza di un'attiva "imprenditoria culturale" non profit, ma non mette al riparo dai rischi della pletoricità e deLl'amatorialità; il rapporto con gli enti pubblici, tra virtuosa sussidiarietà e opportunistica ancillarità, necessita di continue registrazioni; il quadro delle risorse disponibili rimane scoraggiante, nonostante il benemerito contributo delle fondazioni di origine bancaria, e la competizione intensa ai limiti dell'imbarazzo. Le risorse per la cultura, dunque, ancora una volta. È fenomenologicamente evidente che la finanza delle fondazioni culturali italiane (altra partita sarebbe quella delle fondazioni di origine bancaria) consiste oggi in una struttura di poste in cui ben raramente le fonti patrimoniali proprie detengono una posizione preminente o rilevante. Cruciali si rivelano dunque due fattori: da un lato il mix di altre entrate sul quale le fondazioni possano costruirsi una propria stabilità finanziaria di medio periodo, condizione necessaria per programmare e attuare un lavoro accettabilmente efficace, specialmente in campo culturale; dall'altro il trattamento che la fiscalità riserva alle fondazioni medesime, ma anche a quelle persone fisiche e giuridiche che fossero intenzionate, o possano essere incentivate, a effettuare donazioni, in conto capitale o corrente, ai soggetti del non profit e segnatamente alle fondazioni. Con riferimento alle entrate, ]e fondazioni stanno destreggiandosi, con maggiore o minore successo, a comporre un mix di entrate in cui accostare il fundraising (peraltro meno produttivo per le fondazioni culturali che per quelle assistenziali o di ricerca medicoscientifica) ai contributi pubblici alla gestione (declinanti), ai finanziamenti pubblici su progetto (specie degli enti locali ed europei), all'attività quasi-commerciale (non sempre compatibile), al supporto da parte delle fondazioni bancarie (sempre più assediate). Non è un facile equilibrio. Sul fattore fiscale si appuntano quindi alcune speranze e aspettative: di miglior trattamento, e certo almeno di non peggioramento. La riforma fiscale in corso, ad esempio, equipara compiutamente le fondazioni alle persone fisiche. Un'attenzione parlamentare congiunta per verificare che le fondazioni culturali non finiscano per figurare tra le vittime involontarie della riforma (ce n'è sempre qualcuna) testimonierebbe del fatto che il sostegno alla società civile effettivamente rappresenta, come ci sembra e come si afferma, un tema politicamente bipartisan. È questione su cui converrà vigilare, ed eventualmente ritornare.