Da oggi a Castelvetrano un convegno sui luoghi dellimperatore con studiosi di livello internazionali Ha raso al suolo molti centri e ne ha costruito altri Tanti castelli eretti in Sicilia tutti in luoghi ameni dove organizzare battute di caccia Abitanti uccisi, città cancellate dalle fiamme e castelli da costruire in mezzo a foreste barbare dove cacciare tutto il giorno. Quando - come un fulmine di guerra - attraversò la Sicilia orientale che si era ribellata dopo la promulgazione delle costituzioni di Melfi in Basilicata, Federico II rase al suolo diversi centri abitati: Centuripe, Iudica, Montalbano Elicona, Troina, Capizzi, Catania. Fu unazione repressiva di tutto rispetto quella firmata in Sicilia da Federico II. Che però avviò anche una rilevante opera di ricostruzione di cui è rimasta traccia. Si parlerà anche di questo oggi a Castelvetrano - a partire dalle 9,30 nel Teatro Selinus - nel corso di un convegno internazionale, dedicato al basso Belice e al Mediterraneo nelletà di Federico II, che conclude un percorso nei luoghi dove lo "stupor mundi" ha lasciato la sua impronta. Federico fondò due città: Augusta ed Eraclea. «Inoltre - dice uno dei relatori, Ferdinando Maurici, dei Beni culturali - vengono realizzati in quegli anni straordinarie fortezze». I famosi castelli federiciani: Castel Ursino a Catania, Castel Maniace a Siracusa, il castello di Augusta, la Torre Federico a Enna. «Anche nella Sicilia occidentale - continua Maurici, che insegna anche allUniversità di Bologna - Federico costruì, o ricostruì, alcuni castelli. Tra questi quello di "Bellum Videre" a Castelvetrano, che con molta probabilità venne iniziato e forse mai concluso sul sito dove più tardi fu costruito il Palazzo ducale: lì è presente una torre angolare e la fondazione di una torre mediana di forma ottagonale». Lipotesi, formulata dallo stesso Maurici, è stata poi documentata dagli architetti siciliani Calamia, Salluzzo e La Barbera. Il castello si trovava al centro di una vasta area forestale e paludosa - a Birribaida - tra Castelvetrano, Campobello e Menfi, che Federico potrebbe avere usato per i suoi ozi venatori. «Per la Sicilia - dice Maurici - Federico è diventato una icona mitologica. In realtà il pubblico anche colto preferisce il mito piuttosto che la realtà storica. Faccio un esempio: moltissimi sono convinti che la corte di Federico fosse a Palermo. Invece dopo il 1212 Federico trascorse a Palermo periodi brevi, e dopo il 1234 non visitò mai più la Sicilia. Insomma, limmaginario di una splendida corte federiciana a Palermo è solo mito. In parte dovuto a una buona dose di pigrizia intellettuale, magari per rifugiarsi in un passato che faccia da contraltare a un presente grigio». Certo è che Federico II era un imperatore itinerante, come quasi tutti i sovrani del suo tempo. A maggior ragione che doveva governare territori enormi che includevano limpero e i regni di Sicilia e di Gerusalemme. In Sicilia ci stette soprattutto per risolvere con la violenza la sollevazione di parte dei suoi sudditi isolani. Nel 1221 girò tutta la Sicilia. Tra il 1221 e il 1225, e poi per alti tre anni a partire dal 1243, dovette occuparsi dei ribelli musulmani. «Nelletà di Federico II - afferma Maurici - la valle del Belice è interessata dalla resistenza delle ultime popolazioni musulmane che si arroccano a Monte Jato e a Rocca Entella, costringendo limperatore a una serie di campagne militari a volte da lui stesso dirette sul campo. Sappiamo per esempio che Monte Jato venne assediata almeno per quattro estati consecutive, dal 1221 al 1224, e che alla fine comunque i musulmani vennero sconfitti e trasferiti in migliaia nella Puglia. Così il territorio restò quasi vuoto, nonostante il tentativo di Federico di rianimare la zona del basso Belice. In realtà, perché si abbia una nuova colonizzazione nellodierna valle del Belice occorrerà attendere le fondazioni feudali fra Cinquecento e Settecento». In questo senso la scoperta del Castello Belvedere a Castelvetrano ha un significato emblematico. Lo conferma anche la presenza al convegno di Herni Bresc, dellUniversità di Parigi X, uno dei massimi studiosi delletà federiciana. «Nel 1239 - dice Bresc - la Sicilia annovera castelli esenti, 15 nella Sicilia orientale e 7 nella Sicilia occidentale. Siamo alla fine del ciclo delle rovinose guerre saracene di Federico che hanno portato allabbandono di numerose città nel centro della Val di Mazara». Belvedere, anche il nome ha un senso: «Il Medioevo ama il panorama, le visioni ampie dalle montagne, la vista sul mare. Cè una lettera di Federico in cui il sovrano fa riferimento alla terrazza verso il mare del palazzo di San Cosma ad Augusta». Francesco Violante, dellUniversità di Bari, parlerà della caccia nei possedimenti svevi nel Sud, e le conclusioni saranno a cura di Salvatore Fodale dellAteneo di Palermo). In generale, spiega Bresc, le fondazioni di città, di paesi e di castelli dal 100 alla fine del Medioevo, sono associate alla scelta di un "bel nome". Ma «la Sicilia - dice - non porterebbe un campione molto ricco: le fondazioni sono poche, la toponomastica è satura di nomi bizantini e arabi, e la continuità dinastica dei nobili è molto debole. In Europa e in oriente, toponimia esprime identità dei luoghi con i luoghi letterari (e non leggendari) dei cicli di Carlomagno, di Rinaldo». Il discorso si fa complesso. Anche se è vero che il contesto è quello di una Sicilia «terra del romanzo».