MILANO. C'è Taormina che aspetta dal 1964, anno di chiusura del suo casinò. Si sono mossi pure i parlamentari del Mpa, con un ddl in sei articoli, per chiederne la riapertura. Ci sono Stresa, Montecatini Terme, San Pellegrino, Bagni di Lucca e molti altri Comuni pronti a (ri)appassionarsi per roulette e tavolo da gioco, dopo fugaci esperienze nel secolo scorso. E la lista delle candidature è lunga, se pensate che la voglia di casinò è arrivata fino all'isola d'Elba, con l'ipotesi di ospitarne uno a Porto Azzurro. Ma a ben vedere, la mappa delle località papabili è arrivata ieri dalla Fipe, la Federazione italiana dei pubblici esercizi, che ha parlato del provvedimento segnalando che «porterebbe pi danni che benefici». Secondo la Fipe in Italia potrebbero aprire oltre 230 case da gioco disposte a macchia di leopardo sul territorio, senza alcun nesso con il turismo. Se venisse preso per buono l'unico criterio sin qui circolato per l'individuazione dei Comuni ospitanti,cioé la presenza di alberghi a cinque stelle, la Regione che ne «beneficerebbe» di più sarebbe la Campania, con il 14,7 delle strutture che risponderebbe a questo requisito, seguita dalla Lombardia (13,4) e da Veneto eToscana (12,9). Il problema, secondo la Fipe, è costituito proprio dal fatto che «il mondo dei casinò sta vivendo un momento di grande difficoltà a livello mondiale e per questo sembra ancora pi assurda l'idea di poter fare cassa da un settore in piena crisi». Secondo il centro studi della federazione, i casinò potrebbero generare al massimo lo 0,5 in più delle presenze all'anno, mentre sarebbe tutta da verificare la reazione dei giocatori-turisti, per poco o nulla assimilabile a quella dei turisti tout court. Basta vedere quanto sta accadendo ai quattro casinò storici del nostro Paese. In questi mesi hanno annunciato tutti, eccetto Sanremo, importanti stanziamenti per tentare di risalire la china. L'investimento più consistente lo ha annunciato il casinò di Campione: 140 milioni di euro. Venezia ne ha stanziati 40, Saint Vincent 45. In totale un pacchetto di 225 milioni di euro che gli azionisti di riferimento delle quattro case da gioco italiane (gli enti pubblici) hanno deciso di varare. Per la prima volta nella loro lunga storia i casin sono dunque obbligati a pensare e ad agire come una normale impresa commerciale, una dimensione insolita per aziende pubbliche abituate unicamente ad aprire le porte per realizzare i loro profitti.