Per trovarle usano i metal detector. La direzione del sito lancia l'allarme: «Sistemiamo almeno la recinzione» Preoccupazione per i danni provocati al "prezioso" terreno Sfidano il divieto di accesso a un'area doppiamente interdetta, come sito archeologico e come perimetro di una zona industriale, a rischio sicurezza e segretezza. Tutto, per racimolare in maniera illecita antiche monete ridotte a "tondini metallici" illeggibili. Privi, oltretutto, di valore economico. Eppure, da anni, continuano a intrufolarsi nell'area archeologica di San Gaetano armati di metal detector. Armati e a caccia di monetine antiche. E intanto fanno danni alle attività di scavo. Lo dice l'équipe di archeologi che segue i lavori, lo ribadisce la direttrice del museo di Marittimo, Edina Regoli; e la Solvay, proprietaria del terreno, ha pizzicato e allontanato più volte persone all'interno del recinto. «È un fenomeno - dice Edina Regoli - che c'è sempre stato. Periodicamente ne troviamo le tracce. Come ce ne accorgiamo? Dai buchi nel terreno. L'anno scorso abbiamo trovato un'area di 50 metri per 100, interamente forellata. Il metal detector, di cui probabilmente queste persone si servono, rileva la presenza di metallo. Poi bisogna scavare in corrispondenza del segnale per trovare il materiale». «Ma quelle monete - afferma la professoressa Marinella Pasquinucci, direttrice degli scavi - hanno più un valore scientifico che economico». Il sito dell'antico porto romano di Vada costituisce un deposito di monete eccezionale, unico in Toscana per quantità e varietà, proprio in virtù del fatto che qui si svolgevano scambi commerciali. Sono monete risalenti all'età imperiale. «Le monete - aggiunge Regoli - che riescono a portare via sono quelle degli strati più superficiali, quindi anche quelle più sottoposte agli agenti del tempo. Di conseguenza, usurate, in molti casi, tanto da essere illeggibili». Per contro questa pratica reca danni alla ricerca scientifica. «Dal punto di vista archeologico - prosegue Regoli - le monete hanno un valore inestimabile, perché sono indicatori delle epoche. In base alla loro collocazione negli strati del terreno ci dicono con quali popoli il porto di Vada aveva scambi commerciali e in che periodi storici. Scavando fori si va a intaccare la stratigrafia, vale a dire i depositi nelle varie superfici del terreno corrispondenti alle differenti epoche». Quali le soluzioni? «La soluzione radicale, ma a lunga scadenza, sarebbe trasformare il sito in parco archeologico. Ma ci sono una serie di problemi legati alla proprietà e soprattutto alla vicinanza con la Solvay. Inoltre servono ingenti finanziamenti. A breve scadenza, sarebbe utile fare la manutenzione della recinzione che viene sistematicamente forata per entrare. Non solo da chi cerca monete. Ci vengono anche a fare funghi o asparagi. Ma la vera soluzione è l'educazione: far capire alla gente che i reperti storici sono un bene comune».