Analisi stile «Csi» sul ritratto di una Sforza Da una parte, c'è la «Bella Principessa» (con tutta probabilità Bianca Sforza, figlia di Ludovico duca di Milano). Dall'altra, c'è il «San Girolamo» ospitato nei Musei Vaticani. Il legame, a lungo nascosto, che lega la Dama (finora genericamente definita come opera «di scuola tedesca, inizio XIX secolo») al Santo (umanimemente attribuito, invece, a Leonardo da Vinci) si trova tutto nell'impronta di un dito, l'indice o il medio. O meglio, due: quelle (praticamente identiche) che una macchina fotografica multispettrale (messa a punto dalla Lumière Technology Company) ha ritrovato in entrambi i quadri. E così quel ritratto (33 x 23 centimetri, gesso e inchiostro su pergamena) acquistato da Christie's nel 1998 dal collezionista canadese Peter Silvermann (ma i suoi attuali proprietari sarebbero a quanto pare altri) per «soli» 19 mila dollari è stato catapultato nell'olimpo dei capolavori, toccando una quotazione di 107 milioni di euro. I precedenti rumors sulla paternità leonardesca della ex-«Bella Principessa» (a marzo il ritratto, realizzato da una persona mancina, sarà esposto per la prima volta in un museo, quello di Goteborg) troverebbero ora definitiva conferma nel libro (non ancora pubblicato e anticipato dal Times ) di Martin Kemp, professore emerito di Storia del-l'arte a Oxford. Nelle duecento pagine dedicate al ritratto, Kemp dichiara: «Mi è sembrato troppo bello per essere vero. Dopo quarant'anni di attività pensavo di avere ormai visto tutto». Questo sarebbe il primo dipinto del maestro italiano venuto alla luce da un secolo a questa parte (anche in quel caso si era trattato di una ri-attribuzione, quella della «Dama con l'ermellino»). E sarebbe anche l'unico esempio di opera leonardesca su pergamena: anche se Kemp, citando un passaggio del «Ligny Memorandum», ha evidenziato come l'artista di corte Jean Perréal ricordasse che, quando aveva visitato Milano nel 1494, il grande Leonardo da Vinci gli avesse più volte fatto domande (a quanto pare non casualmente) appunto sull'uso del gesso sulla pergamena. Le immagini scattate dal tecnico canadese Peter Paul Biro con la macchina fotografica multispettrale avrebbero scovato nell'angolo (in alto a sinistra) del ritratto l'ombra di un polpastrello, «un'ombra altamente compatibile» con quella lasciata dal maestro della «Gioconda» sul «San Girolamo » ai Vaticani (realizzato in età giovanile «quando Leonardo non aveva assistenti», particolare che fa accreditare ulteriormente l'ipotesi che si tratti appunto del polpastrello del genio). Anche l'analisi con il radiocarbonio confermerebbe la datazione rinascimentale del dipinto (fine XV secolo, 1440-1650): che presenterebbe, all'esame dei raggi infrarossi, tutta una serie di «pentimenti » e di «similitudini» con il «Ritratto di donna di profilo », sempre di Leonardo da Vinci, conservato a Windsor. Kemp spiega nel suo libro che la scelta della pergamena sarebbe dovuta al fatto che il ritratto avrebbe dovuto far parte di un libro di poesie o, meglio, avrebbe dovuto esserne la copertina (tre fori lungo il bordo testimonierebbero la destinazione). La stessa identificazione della «Bella principessa » con Bianca Sforza è opera di Kemp: per esclusione lo storico dell'arte è arrivato al nome della figlia che Ludovico Sforza aveva avuto dall'amante Bernardina de Corradis. All'epoca, Bianca aveva tredici- quattordici anni ed era stata data in sposa al capitano dell'esercito Galeazzo Sanseverino, guarda caso uno dei «patron » di Leonardo. Stefano Bucci
L'impronta digitale sulla principessa È di Leonardo
Un ritratto di una donna, identificata come la Bella Principessa, è stato recentemente attribuito a Leonardo da Vinci. L'opera, acquistata da Christie's nel 1998 per 19 mila dollari, è stata scoperta avere un legame con il San Girolamo, un'altra opera di Leonardo, grazie a un'analisi con una macchina fotografica multispettrale. L'analisi ha rilevato un dito, l'indice o il medio, che è presente sia nel ritratto che nel San Girolamo. Il libro di Martin Kemp, professore emerito di Storia dell'arte a Oxford, conferma l'attribuzione e fornisce prove per sostenere la tesi.
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