Anticipiamo alcuni brani del saggio di Salvatore Settìs su «Micromega» che propone una politica alternativa in materia di beni culturali. «Sì a donazioni esterne in denaro, servizi e opere ma la tutela generale rimanga allo Stato». Pubblichiamo alcuni brani (sulla definizione della politica dei beni culturali e sul ruolo dei privati nella gestione degli stessi beni) del saggio di Salvatore Settis contenuto nel numero di «Micromega» in edicola da domani. Una politica sensata e lungimirante dei beni culturali in Italia dovrebbe partire da tre premesse essenziali: 1) la consapevolezza del significato non solo culturale, ma politico, sociale e civile che la protezione del patrimonio culturale ha avuto in tutta la storia italiana prima e dopo l'unità, concretizzandosi in particolare mediante l'azione diretta dello Stato (tutela di tutto il patrimonio culturale, proprietà pubblica e inalienabile di parti significative di esso); 2) la convinzione che i conti economici sul patrimonio culturale non si fanno sugli introiti immediati (per esempio la biglietteria dei musei), ma sulla ricchezza generata dall'indotto del consumo culturale, economicamente assai più rilevante perché distribuito nel tessuto delle città; 3) la coscienza che questo indotto è dovuto in larghissima misura all'unicità del «modello Italia», e cioè al continuum territoriale che lega le opere nei musei a quelle nelle chiese e nei palazzi, alle architetture, agli impianti urbani; che lega l'una all'altra città e paesaggi, la lingua della letteratura e la cultura dei cittadini; e che questa unicità va coltivata sia perché riguarda l'identità nazionale come bene prezioso da non perdere sia in quanto importante fattore di attrazione e di competitivita, che il nostro Paese possiede in massimo grado. Non insisterò su questi punti, che ho cercato di argomentare puntualmente in un mio libro recente (Italia S.p.A. - L'assalto al patrimonio culturale). Devo invece menzionare tre ostacoli di natura squisitamente politica che si frappongono a qualsiasi soluzione organica dei problemi che affronteremo qui: primo, la sterile lotta di parole che si combatte in questo campo fra sinistra e destra, quando si può dimostrare (e in quel libro credo di averlo fatto) che negli ultimi anni le differenze fra i vari ministri sono state quantitative, non qualitative; secondo, la collocazione e la caratterizzazione istituzionale del ministero peri Beni e le attività culturali, da cui oggi dipende la sorte del nostro patrimonio; terzo, l'esigenza di individuare risorse economiche adeguate per la politica dei beni culturali (...). Ma immaginiamo per un istante che le tre premesse poste al principio siano largamente condivise e che i tre ostacoli appena menzionati vengano rimossi da un ampio consenso nel Paese e nel Parlamento. Che cosa, in questo stato ahimè assai improbabile di perfetta armonia, bisognerebbe fare? Per sommi capi, questa la mia risposta, bisognerebbe agire simultaneamente in tre direzioni, fra loro fortemente interconnesse: statuto del patrimonio, rapporto fra Stato, regioni, enti locali e privati, e infine riorganizzazione delle strutture e rilancio dell'amministrazione (...). I privati? Se non si risolve il conflitto fra Stato e regioni, nemmeno il ruolo dei privati potrà essere definito. Lo mostra un altro pasticcio istituzionale: l'art. 33 della Finanziaria 2002, che riservava un ruolo larghissimo ai privati nella gestione dei beni culturali, non ha potuto trovare esecuzione per tutto l'anno, perché il Consiglio di Stato ha bocciato il regolamento applicativo, contro il quale ben sei regioni avevano presentato ricorso alla Corte costituzionale. Chi, come me, ha subito scritto contro l'eccessivo spazio ai privati promesso da quell'art. 33, può anche rallegrarsi che il Consiglio di Stato ne abbia di fatto bloccato l'applicazione; ma mi rattrista che lo abbia fatto sulla base di norme (il decreto Veltroni, il nuovo Titolo V della Costituzione) che tagliano a fette tutela, gestione e valorizzazione contro ogni saggezza amministrativa e ogni criterio culturale. La Finanziaria 2003 appena approvata contiene (c'era da scommetterlo) una norma di poche righe che cerca di porre riparo, rendendo di fatto applicabile l'art. 33 della Finanziaria dell'anno precedente e il suo regolamento. Vedremo se funzionerà o se provocherà altri ricorsi. Ma il problema del ruolo dei privati, è chiaro, va definito meglio e va definito nel quadro di una nuova normativa generale che fissi lo statuto dei beni culturali e precisi la centralità della conoscenza e della tutela. Due soli punti vanno evidenziati in questo contesto. Primo, e dovrebbe essere ovvio, il ruolo dei privati va definito in un contesto caratterizzato da una forte presenza dell'amministrazione pubblica, da un suo ripensamento e rilancio, da uri suo pieno ed efficace funzionamento (...). Al contrario, da troppi anni assistiamo al progressivo smantellamento de facto della pubblica amministrazione in questo settore, accompagnato come d'obbligo da lamentele e geremiadi, spesso ipocrite e talvolta interessate, sulla (pretesa) incapacità dei nostri soprintendenti di apprendere qualsivoglia tecnica di management. Secondo, bisogna dire chiaramente quale tipo di partecipazione dei privati alla vita dei musei e del patrimonio si intende promuovere. Ci sono infatti due modi ben diversi, e da non confondersi fra loro, con cui i privati potrebbero rapportarsi col sistema pubblico di gestione dei beni culturali: 1) i privati possono contribuire mediante donazioni, in denaro, in servizi o in opere d'arte; 2) i privati possono aiutare l'amministrazione pubblica, sulla base di specifici accordi, su specifici servizi o progetti. Insomma, sì ai privati, ma con regole precise (fissate normativamente), e con due condizioni: primo, che venga prima riformata e rilanciata la macchina della pubblica amministrazione dei beni culturali, che deve avere per intero la responsabilità delle proprie attività essenziali (core activities), e in particolare la responsabilità progettuale e il controllo di qualità; secondo, che il ruolo dei privati venga negoziato e limitato a servizi che non strappano all'amministrazione pubblica le funzioni di conoscenza e tutela del patrimonio, e che possono generare profitti senza che essi provengano dal contributo dello Stato (cioè del contribuente). Per fare un esempio: è l'amministrazione della tutela che deve provvedere al catalogo del patrimonio; si potrà poi anche valutare, senza pregiudizio per le core activities dell'amministrazione, che la stampa e la distribuzione dei libri che ne sono tratti debba essere affidata a imprese private.