Nel viaggio attraverso il degrado dei Campi Flegrei il capitolo più doloroso è quello dei tesori che il mare nasconde sotto uno spesso strato di sabbia. Se ne parla poco, ma il danno, se possibile, è ancor più grave perché le testimonianze delle lussuose ville imperiali avrebbero potuto far decollare un turismo spettacolare e redditizio. Oltre ad arricchire le conoscenze sulla presenza romana tra Pozzuoli, Cuma e Baia. Oggi le barche col fondo di vetro mostrano mosaici smembrati e quel che resta di un patrimonio favoloso. I turisti battono le mani, ma è poco, troppo poco quello che vedono: i tombaroli hanno trafugato, dal dopoguerra a oggi, almeno il 40 dei tesori di Baia sommersa. Spariti colonne, lucerne, capitelli, sculture, mosaici, ambienti di ville di età imperiale del periodo adrianeo e antoniniano. E alcune testimonianze del Portus Julius, l'arsenale della flotta collegato da un canale navigabile con i laghi di Lucrino e Averno. Un saccheggio in piena regola e, per come si è svolto, quasi autorizzato. I ladri con bombole e muta lavorano in assoluta tranquillità: i reperti sommersi per effetto del bradisismo erano sepolti sotto una coltre di sabbia e fango tra i cinque e i quindici metri, cioè quasi in superficie. Ma, soprattutto, nel Parco non ci sono guardiani e non sono state installate le telecamere che avrebbero potuto smascherare i ladri. La conseguenza è che è stato mandato in malora un patrimonio unico al mondo dal quale si poteva tirar fuori un Museo straordinario. Un delitto cinico e perfetto che gli «assassini» non hanno mai pagato. La storia, però, si vendica. Ora che il Museo c'è e i tesori potrebbero essere ospitati e ammirati all'interno del Castello restaurato, sapete come stanno le cose: le sessanta sale nuove sono chiuse e vengono aperte per poche ore e solo in giorni determinati. Nel parco sommerso, come se fosse una enorme gruviera, si contano i vuoti. Ricorda Claudio Ripa, uno di quegli sportivi cui la comunità culturale dovrebbe grandissimo riconoscimento per il lavoro di esplorazione, recupero e denuncia compiuto insieme ad altri grandi specialisti come Armando Caròla, Antonio De Stefano, il maresciallo della sezione subacquea dei carabinieri Paolo Cozzolino, e due sommozzatori della Nato che entrarono molto nella parte: «Là c'erano due vasche votive, le individuammo e ne parlammo con la Soprintendenza che, però, fece passare del tempo consentendo ai ladri di portarsele via». E la storia si è ripetuta in decine di altri casi. Il saccheggio, molti lo avevano previsto. Un nome per tutti, Amedeo Maiuri, il grande archeologo, che mise sull'avviso il mondo della cultura ufficiale e le Soprintendenze del tempo: «L'esplorazione subacquea di Baia non è impresa d'isolati sportivi». Ci sarebbe stato bisogno di una campagna di scavi supportata da un piano sistematico di recupero delle statue e dei reperti accumulati lungo la via Herculanea, ma nessuno se n'è curato e i Campi Flegrei sono stati spogliati a terra e a mare. E, quel che è peggio, i tombaroli hanno potuto pescare a piene mani utilizzando fraudolentemente le scoperte di quegli isolati sportivi ai quali le «sentinelle» legali del territorio hanno sempre riservato non più di una modestissima attenzione. Il caso più clamoroso è quello dell'altare nabateo. Claudio Ripa lo scoprì dopo aver scostato con le mani e uno spazzolino la parete di un muro e ne parlò in Soprintendenza ottenendo, però, un ascolto sommario. L'autorizzazione allo scavo arrivò dopo giorni, ma i tombaroli, che hanno antenne potentissime, avevano già provveduto. «In quella occasione, però, avemmo fortuna perché, grazie a una lauta mancia, ottenemmo una soffiata: jate a vede' for'a punta Epitaffio. Così recuperammo l'altare». Un'altra volta, la dritta la fornì Peppe 'o tabaccaro, che sussurrò all'amico Claudio: «Ho visto un pezzo di marmo». Tutto qui: ma da quel particolare i sub risalirono alla scoperta di cinque stanze arricchite da bellissimi mosaici. Anche in quel caso i tombaroli arrivarono prima. Le memorie di Claudio Ripa riaprono ferite antiche che ancora bruciano: «Le statue di Ulisse e Baios, tra i pezzi più pregiati ospitati nel castello di Baia, ce le segnalò un altro pescatore; lo stesso che ci fece individuare le lucerne ornamentali del I secolo. Ne recuperammo alcune migliaia, alcune avevano fregi artistici molto belli e tutte erano in ottimo stato di conservazione, come gran parte dei reperti scovati nella città sommersa, ma furono abbandonate in ceste di paglia e se n'è saputo poco. Il risultato è che oggi ce ne sono sette-ottocento, ma nessuno sa dire che fine hanno fatto gli altri pezzi». È rimasto ben poco, insomma, e le autorità del Parco hanno fatto di necessità virtù ordinando la riproduzione delle statue recuperate a Punta Epitaffio. Siamo alle copie scolpite con il laser e perfette quasi come gli originali. Ma sempre copie. Raffigurano Ulisse, il suo compagno Baios, Antonia minore figlia dell'imperatore, Ottavia, Claudia e Dioniso. Sono state sistemate là dove furono trovate e l'effetto è mirabile. Come si esce da questa situazione fallimentare? «C'è un solo modo», dice Sergio Coppola, che da anni si immerge con Ripa, «ed è quello di fare le cose per bene. I divers che collaborano con la Soprintendenza fanno il loro dovere, ma se non si aumenta la sorveglianza nel perimetro del parco tra il limite meridionale del porto di Baia e il molo del lido augusteo, a Pozzuoli, chi ha voglia di arricchire la sua bacheca di reperti antichi o di venderli al miglior offerente avrà vita facile. In Sicilia hanno acquistato le telecamere per proteggere reperti di scarsa importanza individuati per giunta a quaranta metri». Qui, invece, siamo all'anno zero, e Claudio Ripa fa una previsione catastrofica ma reale: «Di questo passo, tra altri 40 anni ci rimarranno solo foto sbiadite e copie dall'originale».