E' sempre difficile esporre sculture in museo. Si rischia l'effetto belle statuine in posa fuori da ogni contesto. Si rischia la serialità che dà noia. E ammirare più di trecento belle statuine, quante sono le opere in mostra nel nuovo allestimento della collezione Farnese all'Archeologico di Napoli, poteva risultare faticoso assai. Mentre è un vero piacere passeggiare per quelle sale. Si respira misura e armonia persino tra i colossi del Toro e dell'Ercole. L'allestimento (architetto Enrico Guglielmo) è così discreto che quasi non appare. Sembra lasciar parlare le opere e invece è sempre lui che le fa parlare. Perché è l'esito finale di una ricerca decennale (Università Federico II di Napoli con la direzione di Carlo Gasparri) che ha indagato con piglio filologico ogni singolo episodio della storia delle opere e della collezione. a ritrovato pezzi che si credevano perduti, ha sfatato miti facendo emergere i fatti. Sopra tutto, usato le statue antiche per presentare il collezionismo moderno e il suo transitare, tra Cinquecento e Settecento, dalla collezione per prestigio familiare allo studio antiquario dell'antico. Senza mai al contempo trascurare il valore dell'antico. E' lecito domandarsi se un allestimento destinato a durare nel tempo debba così apertamente sposare, tra molti possibili criteri espositivi, quello sin troppo modaiolo della storia della collezione moderna. Stiamo per parlando di una collezione tra le più rinomate e acclamate, la maggiore tra quelle giunte pressoché intatte fino a noi. Quella che, per importanza e varietà dei capolavori, aspirava a farsi scola pubblica del mondo proprio come la città di Roma lo era stata del mondo antico. Parliamo di vicende che, tra Roma, Parma e Napoli, fecero la storia del nostro paese. Di fior di restauratori, artisti e architetti chiamati alla cura di questa o quell'opera. Dunque pare quasi legittimo vedere oggi le opere riunite a gruppi così come erano un tempo distribuite tra i palazzi, le ville e igiardini di famiglia. Ammirare il gruppo dei Tirannicidi accostato ai cosiddetti gladiatori ai quali si accompagnava. Vedere assieme quel che decorava la galleria dei Carracci a Palazzo Farnese, immaginandovi tutt'intorno i dipinti. Ricordare che il Toro era forse troppo grande (la montagna di marmo) per trovare un posto e nel Seicento finì chiuso in deposito. E tutte queste storie rammentano che nessuna opera è fissata nel momento in cui fu plasmata, ma ha attraversato il tempo e vicende divenute inscindibili dall'opera stessa. Non si può scordare che il ritratto di Pothos, capolavoro del grande Skopas, fu per secoli ritenuto un Apollo al punto che vi aggiunsero persino un'orrida cetra. Oggi il Pothos-Apollo è inscindibile dalla sua cetra. E l'Antinoo ha una testa non sua aggiunta dai moderni, ma è unione così perfetta e nota che non ha senso oggi scindere quel che l'abilità antiquaria ha unito. Come non ha senso separare quel modesto ritratto antico dell'imperatore Tiberio dal bellissimo busto aggiuntovi da Guglielmo Della Porta. E persino togliere l'Atlante da quella che per due secoli è stata la sua dimora, per unirlo alle altre sculture Farnese. Sarebbe stato un affronto al palazzo che ospita il museo. Perciò è rimasto al centro del Gran Salone al primo piano. Al "suo" posto.