Il Dio dei Cristiani aiuta a spiegare il concetto di tutela, che si vorrebbe unico e che invece è uno e trino, articolandosi in conoscenza, tutela e valorizzazione. Le Soprintendenze praticano la tutela nei suoi tre aspetti. Ma solo la tutela è, e deve restare, competenza esclusiva delle Soprintendenze, le quali sole possono garantirla al di sopra di ogni altro interesse economico e sociale, come vuole la nostra Costituzione. Le Università devono affiancare le Soprintendenze per la conoscenza, presupposto essenziale della tutela, e gli enti territoriali devono partecipare alla valorizzazione, che senza conoscenza e tutela non avrebbe senso. Così vuole il Codice per i beni culturali, per cui la tutela, più che una monocrazia, è un sistema di cooperazione fra le diverse istituzioni della Repubblica. Un tempo i beni culturali erano goduti soprattutto dalla borghesia, istruita da scuole e università ottime, che di valorizzazione non aveva bisogno. Ogni persona di quell'élite era in grado di incastonare gli oggetti culturali nei racconti storici che aveva introiettato studiando e leggendo, oppure sapeva quale testo avrebbe potuto offrirgli le informazioni che mancavano: basti pensare a come Freud conosceva la topografia di Roma antica. Oggi il panorama della domanda è interamente mutato e la valorizzazione si rivela essenziale, prosegue la conoscenza e la tutela, ma ha anche competenze specifiche. La valorizzazione ha infatti la funzione di tradurre il mondo delle cose in una comunicazione e narrazione storica, resa comprensibile e interessante ai grandi pubblici che segnano la nostra epoca. Se tutto va conosciuto e tutelato, non tutto può essere valorizzato. Vi sono limiti economici, questioni di rilevanza culturale e poi noi siamo soltanto ai primissimi passi in questa direzione: basti pensare che a Roma il Foro e il Palatino rappresentano ancora un cumulo ameno di rovine, che solo specialisti comprendono. La conoscenza è il presupposto di ogni tutela, ho detto, ma il sapere accumulato dalle Università non comunica ancora con quello accumulato dalle Soprintendenze, mentre sommati insieme consentirebbero una conoscenza più analitica, anche se ancora tutt'altro che perfetta, dei paesaggi urbani e agrari, essenziale per la redazione dei piani paesistici. La tutela è in affanno. Ultime immissioni di personale scientifico hanno consentito di coprire, dopo anni, i posti di Soprintendente vacanti, ma il numero dei funzionari decresce in modo allarmante e un Soprintendente senza funzionari è un generale privo di soldati. Inoltre i finanziamenti del Ministero hanno raggiunto, nel loro progressivo calare dagli anni 80, la metà della cifra che il Ministero stesso è in grado di spendere. La politica in Italia non è mai riuscita a porre i beni culturali al centro di una strategia di sviluppo. Si continuano a preferire il mattone che distrugge per sempre il paesaggio e altze attività economiche dal futuro incerto per via della concorrenza globale, mentre i beni culturali, sempre più desiderati, hanno il vantaggio di essere inimitabili. Il codice sul Paesaggio entrerà in vigore a gennaio prossimo e costituirà un argine al cemento che si sparpaglia, ma per poter essere applicato con efficacia servirebbe una congrua immissione di architetti e ingegneri, per vigilare e per redigere i piani paesistici in collaborazione con le Regioni. D'altra parte questo andare delle Regioni per conto loro sui piani-casa, arrivando in alcuni casi a toccare anche i centri storici, desta una grande preoccupazione, anche se va riconosciuto che non sono state attuate quelle violazioni del Codice che nei mesi scorsi abbiamo paventato e contrastato. In questa materia l'appoggio delle associazioni interessate alla tutela è fondamentale e un ringraziamento particolare va rivolto al Fai per la battaglia senza quartiere rivolta alla salvezza del paesaggio. Bisogna ricordare, tuttavia che gente comune e politici hanno un'idea di cosa sia l'ambiente ma non sanno cosa è il paesaggio: scuola e televisione non se ne interessano, per cui bisogna fare opera di spiegazione, anche elementare, con tutti i mezzi e in ogni occasione. Fare della valorizzazione finalmente una priorità serve a dare uno scopo al nostro agire per la tutela, spesso troppo chiuso all'interno di logiche burocratiche, accademiche e corporative. Da questo punto di vista il Ministero deve mostrare con maggiore efficacia la sua capacità di servire i desideri culturali della società, onde poter rivendicare, con legittimità piena e merito palese, quella rinascita che tutti attendiamo e per la quale ci stiamo impegnando. Senza un corpo di funzionari statali, qualificato dal punto di vista scientifico, tecnologico e gestionale e incoraggiato anche nella remunerazione, la tutela dei beni culturali perirà, travolta dai bisogni economici e di intrattenimento sempre più immediati e privi di lungimiranza, con danno incalcolabile per l'interesse generale della Repubblica. Rovine, monumenti e musei costituiscono un tessuto di cultura visibile, che contiene solo in potenza l'informazione storica, che per tradursi in atto va esplicitata ai visitatori. Una concezione élitaria della cultura, per cui il Louvre diventa il più brutto museo al mondo perché troppo frequentato - come ha scritto con l'abituale eleganza Piero Citati - fa rimpiangere il tempo tramontato, che era bello però per pochi. Quando il litorale di Fiumicino era uno splendido Far West, si nasceva ancora in grotta alle porte di Roma. Se seguiamo l'orientamento di Citati, il museo più brutto dovrebbe essere Gli Uffizi, visto che è frequentato in proporzione più del Louvre. Il Louvre va benissimo in Francia: rispecchia una storia incentrata su Parigi; non va bene in Italia, che non conosce musei globali e offre invece tessuti di bellezza articolati in campagne, villaggi, città e musei. E' compito nostro incoraggiare i visitatori a immettersi in questo sistema venoso: troppi luoghi straordinari restano ancora in ombra e altri sono troppo gremiti. Solo uno stolto può credere che valorizzare significhi spremere danaro direttamente dai beni culturali, mostrandoli, affittandoli, facendoli girovagare, come se un quadro fosse una scarpa. Sono convinto che una valorizzazione propriamente culturale porta anche grandi benefici economici nell'indotto, e questa è la giusta via. Per me è piuttosto questione di superare la contemplazione romantica ed estetica di rovine, monumenti e collezioni d'arte, separati dal loro contesto e trasformati in feticci, per arrivare a una comprensione almeno basilarmente storica del patrimonio il resto verrà poi e la storia altro non è che racconto di cose e di vicende della commedia umana. Noi troppo spesso raccontiamo un bel niente: monumenti senza didascalie, oggetti con didascalie che rivelano l'autore ma non l'architettura di appartenenza, eccetera. Bisogna abbandonare l'idea strampalata che città e cose parlino da sole, mentre tutto vive soltanto nel commento, gli oggetti come i testi. I pannelli pittorici strappati dai Borboni alle pareti delle case sepolte dal Vesuvio rischiano di esser presi per quadretti autonomi se non si spiega che appartengono al rivestimento decorativo organico di una stanza particolare, di una casa determinata; più che opere d'arte, sono furti. In una società di massa non sono replicabili i sacrifici che la classe dirigente di un tempo faceva per formarsi e conservare il primato. Oggi è necessario garantire ai visitatori il piacere della conoscenza, della scoperta, del racconto, d'essere bene accolti, con servizi adeguati, tenendo anche conto dei bambini, che oramai accompagnano i genitori; il tutto entro una fondamentale serietà ed evitando Disneyland. Soltanto educando gradualmente e gradevolmente i cittadini potremo sperare di coinvolgerli nella battaglia per la tutela del paesaggio, e il paesaggio, ricordiamolo non è arte: è un miscuglio di storia contestuale, di natura antropizzata e di arte, e per intenderlo serve una combinazione di cultura umanistica e scientifica: tutto quello che nelle nostre scuole non si insegna, e noi dobbiamo sforzarci di supplire. Di qui l'utilità di quei musei storici delle città, frequenti in Europa e che noi non abbiamo, che potrebbero rappresentare portali per la conoscenza articolata di paesaggi, architetture e cose. Si tratterebbe, insomma, di integrare la nostra tradizionale cultura estetica con una cultura storico-antropologica capace di interessarsi alla grande totalità del reale.