Ecco le accuse della magistratura ai costruttori Bottoni e Cagliata LIVORNO. Gli imprenditori livornesi Piero Bottoni e Rodolfo Cagliata vanno condannati perché nonostante i richiami della Soprintendenza «hanno continuato imperterriti a disinteressarsi alla conservazione» delle Terme della Salute, di cui sono proprietari. Lo scrivono i sostituti procuratori della Repubblica Antonio Giaconi e Massimo Mannucci, che nei giorni scorsi hanno depositato l'atto di appello nei confronti della sentenza di assoluzione pronunciata dal tribunale nello scorso maggio. I magistrati, nel documento che chiede la riforma della sentenza, citano a lungo la lettera con la quale il Soprintendente Guglielmo Maria Malchiodi il 5 dicembre 2006 «letteralmente ingiunge, ravvedendo l'urgenza, alla società di cui gli imputati sono i legali rappresentanti di attivare un programma di pronto intervento con opere di presidio e una copertura in struttura leggera a tutto il complesso delle Terme della Salute finalizzato alla salvaguardia e mantenimento delle strutture architettoniche, delle decorazioni, apparati ornamentali, stucchi... in attesa che venga presentato un progetto generale di restauro conservativo, consolidamento e ripristino del complesso termale all'interno del quale dovrà essere affrontato anche un discorso del recupero paesaggistico del giardino storico annesso alle Terme». A detta della Procura, dunque, malgrado questo richiamo così autorevole proveniente dalla Soprintendenza di Pisa, Bottoni e Cagliata sono rimasti fermi. Ed è qui che parte la stoccata più dura verso gli imputati: «Tale atteggiamento di consapevole incuria dimostra così che l'unico interessa che animava la proprietà era quello di utilizzare impropriamente un bene di interesse pubblico come vile "merce di scambio" per ottenere il permesso di costruire, nelle adiacenze, edifici per private abitazioni». A rendere la situazione più grave, secondo i magistrati, ci sarebbe anche la «facilità di accesso all'area privata, oggetto di invasione da parte di vagabondi, tossicodipendenti, prostitute e homeless, a causa della precarietà della recinzione posta a difesa della proprietà privata, dell'esistenza di veri e propri varchi nella stessa soprattutto nell'area sottostante il cavalcavia, mai oggetto di interventi di ripristino». C'erano, insomma, stando a quanto sostiene la Procura, prima di tutto uno «stato di fatiscenza estremamente avanzato» tale da integrare il reato di nocumento al patrimonio storico e artistico nazionale, ma anche una condizione di pericolo che si mette insieme alla «perdurante indifferente inerzia della proprietà, pur formalmente intimata dalla Soprintendenza ad effettuare quantomeno opere di primo e temporaneo intervento». Tutti elementi che, secondo i sostituti procuratori Giaconi e Mannucci, i quali nel loro atto peraltro riconoscono che è «da attribuire ai precedenti proprietari» la maggiore responsabilità del degrado della struttura, non possono che spingere nella direzione di una riforma della sentenza di assoluzione. Nei prossimi mesi la decisione toccherà ai giudici della Corte d'Appello di Firenze.