Dal piano Albertini agli scavi archeologici, così il sogno dei box sotto lacqua si è trasformato nel simbolo del degrado Prima che un luogo dove posteggiare la massa enorme delle auto in circolazione nel quartiere della movida, la Darsena, nelle intenzioni degli amministratori, doveva diventare molte cose. Negli anni Ottanta, mentre lantico "porto di Milano" languiva nella sua immobilità annoiata, a Palazzo Marino imperava un sindaco, che di nome faceva Paolo Pillitteri, il quale ipotizzò di farne un luogo di svago, una specie di grande piscina, in modo che Milano, come a Parigi, avesse la sua "plage" dove prendere il sole e fare il bagno destate. Ma, in quellepoca pre-Tangentopoli, Milano ancora non si scervellava per capire come contenere il suo traffico mostruoso. La Darsena poteva restare nel suo limbo sonnacchioso, fra ratti e anatre starnazzanti, senza un progetto, senza ambizioni. Doveva arrivare lanno Duemila perché il Politecnico realizzasse uno studio scientifico arrivando a quantificare la fame di parcheggi della metropoli nella cifra di 60mila posti auto. E la Darsena finì subito fra gli indirizzi papabili per la realizzazione di un grande parcheggio sotterraneo. Alla definizione del piano si arrivò sotto il "sindaco - amministratore di condominio", Gabriele Albertini, che lanciò un bando internazionale per la riqualificazione della Darsena. «I comitati dei cittadini - ricorda Gabriella Valassina, storica portavoce dei residenti in lotta contro il parcheggio - insorsero subito appena si sentì parlare di 713 posti auto a rotazione, perché questo per noi significava solo aumentare il traffico nella zona, e quindi linquinamento, il rumore, il caos notturno». Incuranti delle prime proteste, quattro società private firmarono una convenzione col Comune per realizzare, in project financing, i tre piani di posteggi, ai quali si pensava di aggiungere 350 box a pagamento "per residenti", fonte di introito più sicuro per i costruttori rispetto agli aleatori incassi dei parcheggi a rotazione. I comitati dei cittadini in questi cinque anni le hanno tentate tutte, puntando da subito «sullassurdità di andare a scavare sotto unopera idraulica di grande valore storico e culturale». Già dai primi scavi, nel 2004, vennero fuori reperti del quindicesimo secolo che portarono alla richiesta di vincolo da parte della sovrintendenza. Lavori fermi, via ai rilievi archeologici. Respinta la richiesta di vincolo, nel 2007 il caso arrivò in Parlamento, dove tre senatori di centrosinistra ipotizzarono addirittura che la Darsena potesse diventare patrimonio dellUnesco. Intanto, ferme le ruspe e avanzando il degrado, montava la protesta del quartiere. I costruttori, visti lievitare i costi fino a 10 milioni di euro, due anni fa hanno avviato unestenuante trattativa col Comune per garantire i propri margini di guadagno portando i posti del parcheggio a mille. Il sindaco Letizia Moratti ha più volte lanciato ultimatum affinché i lavori partissero, «altrimenti ne facciamo unarea verde», era la minaccia. Fino allexploit di ieri. Tutto da rifare. E ora la Darsena, da cinque anni ridotta a un misto tra giungla e immondezzaio, luogo simbolo del degrado in città, attende il recupero.