Un incontro con Giorgio Paravano, segretario generale dell'Orchestra Sinfonica Abruzzese, l'istituzione musicale più importante della regione. «Sentiamo la responsabilità di essere cemento vero per i nostri concittadini. Abbiamo pagato come tutti prezzi altissimi, ma soltanto venti giorni dopo il terremoto abbiamo ripreso a suonare, senza sosta. La musica è il nostro rifugio, ponte fra passato e presente» L'AQUILA «La musica è il nostro rifugio, la nostra casa, una dimensione intermedia tra presente e passato, tra ragione e sentimento». Regna il silenzio e il sole nel centro storico dell'Aquila, Giorgio Paravano parla lentamente. Mentre camminiamo ci osservano conserti i palazzi in rovina di Corso Vittorio Emanuele, come tanti giganti amputati disposti in parata, sorretti, puntellati, costretti dall'immane lavoro di sartoria che li ha rammendati con cavi, fascioni, resine, armature. Sono loro i giudici e i testimoni, gli unici abitanti e i numi tutelari di quanto sta capitando al capoluogo abruzzese, città svuotata e senza tempo, i cui orologi sono fermi alle tre e trentadue, sospesa in un dolore immobile. I movimenti sono appannaggio esclusivo delle forze dell'ordine, dei vigili del fuoco, degli operai, o dei cani rimasti lì dove erano, randagi in una città che suonava ovunque e che ora risuona di radi rumori: i cantieri pullulano al di fuori della zona rossa e i lavori di messa in sicurezza del centro storico sono sempre meno urgenti. Si costruisce fuori dall'Aquila, non si ricostruisce qui dentro. Qualche turista attrezzato con caschetto e macchina fotografica passeggia, pochi gli aquilani intercettati, chiedono che si racconti di questo volto ignoto della loro città, un volto cieco e muto, paralizzato nell'incapacità di compiere la prima mossa. Silenzio, vuoto. Ci affidiamo alla musica, alla sua attitudine cinetica, per smuovere, commuovere, rimuovere e per questo chi ci guida è un uomo di musica. Da trent'anni attivo dietro le quinte della scena aquilana, Giorgio Paravano è il segretario generale dell'Orchestra sinfonica abruzzese, l'istituzione musicale più importante della regione, simbolo bilaterale della ferita mortale e del medicamento subito occorso alle attività artistiche aquilane. Per un'orchestra nella quale il novanta per cento dei componenti ha perso la casa, Paravano accentua la funzione taumaturgica del fare musica: un'arte che è pensiero allo stato puro ma che permette di non pensare, nell'abbandono a emozioni inconsce, cerebellari, e che diviene tetto, focolare. «Ciò che prima era il ristoro più caro, il luogo del ritorno sicuro dopo una giornata di lavoro, adesso è il tuo nemico. Così dopo quei lunghissimi ventidue secondi, tutti i nostri musicisti, presi per mano i figli, riabbracciate le mogli, o i mariti, hanno tratto in salvo il proprio strumento». Il simbolo di una professione ma anche strumento di vita, perché la musica rappresenta una consolazione irrinunciabile tra un presente di fuga e l'istinto a restare. Un atteggiamento ondivago tra realtà e impossibilità, un equilibrio instabile come i palazzi tagliati a metà, fatalmente segnati da tante, troppe croci di Sant'Andrea. «La musica è capace di restituirci quotidianità, come pure ai nostri abbonati sfollati che abbiamo raggiunto sulla costa, nel segno di una prosecuzione con il passato normale, pur consapevoli dell'anomalia: l'Aquila non esisterà mai più come l'avevamo. Prima ci renderemo conto di questo, più velocemente potremo adoperarci per una soluzione nuova e reale». Al di fuori di queste mura, invece, si sente parlare di emergenza passata, di scampato pericolo: «L'emergenza dei morti e dei feriti è superata, non quella della prospettiva che ci aspetta...è passato che non siamo morti, ma non è passato che siamo vivi». C'è una gran fretta di riaprire, di ricominciare le attività, «ma l'Aquila non può riaprire. Il cercare di conseguire il più velocemente possibile un risultato di facciata non aiuta i cinquantamila aquilani che ancora non hanno capito dove verranno sistemati». Parole durissime, ma che combaciano con quanto ci circonda: una città impossibile da restaurare, che deve essere rifondata. «Venite a fare un giro non-governativo per ciò che resta delle nostre strade». Basta girare il collo dietro le spalle per comprendere che la Firenze d'Abruzzo, la Salisburgo d'Italia sono cartoline affidate ai ricordi. Ma la musica ha la chance di ricreare il tessuto sociale che il terremoto ha massacrato: «Sentiamo la responsabilità di essere cemento vero per i nostri concittadini. Abbiamo pagato come tutti prezzi altissimi, ma appena venti giorni dopo il terremoto abbiamo ripreso a suonare, senza sosta. Oltre agli appuntamenti con Domingo, Pogorelich, ai concerti con Bocelli al Colosseo, dove abbiamo raccolto 320.000 euro devoluti al Conservatorio, o in piazza San Marco a Venezia, il 6 settembre siamo scesi in campo insieme a tutte le forze musicali aquilane, uniti sotto la bacchetta di Riccardo Muti, come lui solo ha saputo fare. Un evento simbolico per riflettere su come dovremmo razionalizzare la proposta culturale, dare vita a progetti condivisi. Ciò che avrebbe dovuto aggregare la comunità la sta dividendo, manca un disegno unitario anche dal punto di vista musicale. Si vive alla giornata e l'amato motto Immota manet assume il senso di un'immobilità che atrofizza». È il tempo di compiere una scelta radicale con un'idea coraggiosa, di scommettere su una terza via tra cuore e ragione, per riedificare lo sviluppo economico della città. «Altrimenti l'Aquila sarà abbandonata dalle classi medio-alte, i cui figli, che prima si davano appuntamento ai Quattro Cantoni, ora si ritrovano al centro commerciale l'Aquilone... rischierà di diventare una Pompei del Duemila, in pasto al turismo dell'orrore, dove vengano riassestati alcuni luoghi puramente rappresentativi». D'un tratto Paravano si arrende, cedendo alla contraddizione: «Malgrado tutto sono il primo a fare duecento chilometri per venire a lavorare nel mio ufficio, che abbiamo voluto riaprire in città». Svoltiamo in piazza del Teatro, davanti ai nostri occhi sorge un miracolo: il Ridotto del Teatro Comunale, acquisito dall'Orchestra per farne la sua nuova sede, appare perfettamente integro. «È uno dei pochi edifici che il terremoto non è stato in grado nemmeno di graffiare. E questo grazie al lavoro strepitoso della Ditta Servizi Integrati dell'Aquila, guidata dall'architetto Giuseppe Santoro. Una struttura perfettamente in grado di riprendere la sua attività, tantoché il prefetto Gabrielli sta facendo l'impossibile per riportare l'Orchestra qui, nel suo teatro». Sulla porta d'ingresso campeggia lo slogan: Ripartiamo dalla cultura, perché riportare gli aquilani in un luogo chiuso e sicuro sarebbe la rinascita. Un concerto, in fondo, rappresenta il pretesto per stare insieme. «Per potersi sedere e parlare anche di altro, come tutti». L'AQUILA «La musica è il nostro rifugio, la nostra casa, una dimensione intermedia tra presente e passato, tra ragione e sentimento». Regna il silenzio e il sole nel centro storico dell'Aquila, Giorgio Paravano parla lentamente. Mentre camminiamo ci osservano conserti i palazzi in rovina di Corso Vittorio Emanuele, come tanti giganti amputati disposti in parata, sorretti, puntellati, costretti dall'immane lavoro di sartoria che li ha rammendati con cavi, fascioni, resine, armature. Sono loro i giudici e i testimoni, gli unici abitanti e i numi tutelari di quanto sta capitando al capoluogo abruzzese, città svuotata e senza tempo, i cui orologi sono fermi alle tre e trentadue, sospesa in un dolore immobile. I movimenti sono appannaggio esclusivo delle forze dell'ordine, dei vigili del fuoco, degli operai, o dei cani rimasti lì dove erano, randagi in una città che suonava ovunque e che ora risuona di radi rumori: i cantieri pullulano al di fuori della zona rossa e i lavori di messa in sicurezza del centro storico sono sempre meno urgenti. Si costruisce fuori dall'Aquila, non si ricostruisce qui dentro. Qualche turista attrezzato con caschetto e macchina fotografica passeggia, pochi gli aquilani intercettati, chiedono che si racconti di questo volto ignoto della loro città, un volto cieco e muto, paralizzato nell'incapacità di compiere la prima mossa. Silenzio, vuoto. Ci affidiamo alla musica, alla sua attitudine cinetica, per smuovere, commuovere, rimuovere e per questo chi ci guida è un uomo di musica. Da trent'anni attivo dietro le quinte della scena aquilana, Giorgio Paravano è il segretario generale dell'Orchestra sinfonica abruzzese, l'istituzione musicale più importante della regione, simbolo bilaterale della ferita mortale e del medicamento subito occorso alle attività artistiche aquilane. Per un'orchestra nella quale il novanta per cento dei componenti ha perso la casa, Paravano accentua la funzione taumaturgica del fare musica: un'arte che è pensiero allo stato puro ma che permette di non pensare, nell'abbandono a emozioni inconsce, cerebellari, e che diviene tetto, focolare. «Ciò che prima era il ristoro più caro, il luogo del ritorno sicuro dopo una giornata di lavoro, adesso è il tuo nemico. Così dopo quei lunghissimi ventidue secondi, tutti i nostri musicisti, presi per mano i figli, riabbracciate le mogli, o i mariti, hanno tratto in salvo il proprio strumento». Il simbolo di una professione ma anche strumento di vita, perché la musica rappresenta una consolazione irrinunciabile tra un presente di fuga e l'istinto a restare. Un atteggiamento ondivago tra realtà e impossibilità, un equilibrio instabile come i palazzi tagliati a metà, fatalmente segnati da tante, troppe croci di Sant'Andrea. «La musica è capace di restituirci quotidianità, come pure ai nostri abbonati sfollati che abbiamo raggiunto sulla costa, nel segno di una prosecuzione con il passato normale, pur consapevoli dell'anomalia: l'Aquila non esisterà mai più come l'avevamo. Prima ci renderemo conto di questo, più velocemente potremo adoperarci per una soluzione nuova e reale». Al di fuori di queste mura, invece, si sente parlare di emergenza passata, di scampato pericolo: «L'emergenza dei morti e dei feriti è superata, non quella della prospettiva che ci aspetta...è passato che non siamo morti, ma non è passato che siamo vivi». C'è una gran fretta di riaprire, di ricominciare le attività, «ma l'Aquila non può riaprire. Il cercare di conseguire il più velocemente possibile un risultato di facciata non aiuta i cinquantamila aquilani che ancora non hanno capito dove verranno sistemati». Parole durissime, ma che combaciano con quanto ci circonda: una città impossibile da restaurare, che deve essere rifondata. «Venite a fare un giro non-governativo per ciò che resta delle nostre strade». Basta girare il collo dietro le spalle per comprendere che la Firenze d'Abruzzo, la Salisburgo d'Italia sono cartoline affidate ai ricordi. Ma la musica ha la chance di ricreare il tessuto sociale che il terremoto ha massacrato: «Sentiamo la responsabilità di essere cemento vero per i nostri concittadini. Abbiamo pagato come tutti prezzi altissimi, ma appena venti giorni dopo il terremoto abbiamo ripreso a suonare, senza sosta. Oltre agli appuntamenti con Domingo, Pogorelich, ai concerti con Bocelli al Colosseo, dove abbiamo raccolto 320.000 euro devoluti al Conservatorio, o in piazza San Marco a Venezia, il 6 settembre siamo scesi in campo insieme a tutte le forze musicali aquilane, uniti sotto la bacchetta di Riccardo Muti, come lui solo ha saputo fare. Un evento simbolico per riflettere su come dovremmo razionalizzare la proposta culturale, dare vita a progetti condivisi. Ciò che avrebbe dovuto aggregare la comunità la sta dividendo, manca un disegno unitario anche dal punto di vista musicale. Si vive alla giornata e l'amato motto Immota manet assume il senso di un'immobilità che atrofizza». È il tempo di compiere una scelta radicale con un'idea coraggiosa, di scommettere su una terza via tra cuore e ragione, per riedificare lo sviluppo economico della città. «Altrimenti l'Aquila sarà abbandonata dalle classi medio-alte, i cui figli, che prima si davano appuntamento ai Quattro Cantoni, ora si ritrovano al centro commerciale l'Aquilone... rischierà di diventare una Pompei del Duemila, in pasto al turismo dell'orrore, dove vengano riassestati alcuni luoghi puramente rappresentativi». D'un tratto Paravano si arrende, cedendo alla contraddizione: «Malgrado tutto sono il primo a fare duecento chilometri per venire a lavorare nel mio ufficio, che abbiamo voluto riaprire in città». Svoltiamo in piazza del Teatro, davanti ai nostri occhi sorge un miracolo: il Ridotto del Teatro Comunale, acquisito dall'Orchestra per farne la sua nuova sede, appare perfettamente integro. «È uno dei pochi edifici che il terremoto non è stato in grado nemmeno di graffiare. E questo grazie al lavoro strepitoso della Ditta Servizi Integrati dell'Aquila, guidata dall'architetto Giuseppe Santoro. Una struttura perfettamente in grado di riprendere la sua attività, tantoché il prefetto Gabrielli sta facendo l'impossibile per riportare l'Orchestra qui, nel suo teatro». Sulla porta d'ingresso campeggia lo slogan: Ripartiamo dalla cultura, perché riportare gli aquilani in un luogo chiuso e sicuro sarebbe la rinascita. Un concerto, in fondo, rappresenta il pretesto per stare insieme. «Per potersi sedere e parlare anche di altro, come tutti».