Per Monique Veaute gli scambi culturali sono l'esperanto dei cinque continenti. Da questo credo è nata la sua vocazione per i grandi eventi europei, precorrendo quella caduta delle frontiere diventata oggi realtà. Nel 1990 dalla costala dell'Associazione Amici di Villa Medici ha fondato «Romaeuropa», festival di danzamusicateatro che mira a far circolare le iniziative artistiche dei Paesi dell'Europa orientale e del bacino del Mediterraneo. «Quando venti anni fa sono arrivata a Roma per lavorare nel mondo della musica e dello spettacolo, mi sono chiesta quale apporto avrei mai potuto dare a una città dall'impronta artistica così forte -dice Monique Veaute, oggi direttore artistico del festival Romaeuropa -. La mia carta di credito erano le esperienze a "Radio France" come giornalista e a "France musique" come direttore di concerti di musica contemporanea. Mi aveva chiamata Jean-Marie Drot, direttore dell'Accademia di Francia a Roma che, mentalmente, lavorava già da anni su uno spettacolo di danza ad ampio respiro. La sua sfida, diventata subito la nostra sfida, era quella di realizzare una manifestazione moderna con il contributo di sette Paesi europei». «Sotto la presidenza di Giovanni Pieraccini e grazie alle sovvenzioni del ministero della cultura e di quello degli Affari esteri - ricorda Veaute - il progetto è andato in porto. Ed è diventato la "prova tecnica" del festival che sarebbe nato più tardi: Romaeuropa. Oggi sono ventisei i Paesi che tramite le loro accademie, istituti di cultura e ambasciate partecipano all'iniziativa. Molti giovani talenti li scovo io personalmente durante i miei viaggi: vado sempre nei centri sociali perché è lì che si fa cultura. Il mio lavoro poi sta nel curare la produzione e nel trovare fondi: il 50 per cento delle nostre entrate è denaro pubblico, l'altro 50 viene dalla biglietteria e dagli sponsor». - Quali sono i profili professionali necessari a «Romaeuropa»? «Editor, innanzitutto: per cataloghi, manifesti, opuscoli. Poi esperti in marketing e in logistica». Nel 1993 ha dato vita all'Orchestra sinfonica e coro Giuseppe Verdi e l'ha dotata di un auditorio con un'acustica quasi perfetta. L'attività vivacissima (nel 2003, 166 concerti in sede più 30 all'estero) che Luigi Corbani porta avanti ha fatto sì che in tempi record l'Auditorium di Milano è diventato il nuovo punto di riferimento musicale della città. «Dopo la chiusura dell'Orchestra dell'Angelicum e di quella della Rai, eravamo gli unici in Europa a non avere una stagione musicale stabile -dice Luigi Corbani, direttore generale della Giuseppe Verdi. Non c'era poi possibilità di occupazione per i giovani diplomati al Conservatorio. Nella estate del '93, dopo aver costituito l'"Associazione Orchestra Sinfonica", ho aperto le audizioni per mettere insieme 120 elementi. Unitamente a Marcelle Abbado e Vladimir Delman ho selezionato novecento persone provenienti da tutto il mondo; a novembre, al Conservatorio, si è tenuto il primo concerto». «Per avere la nuova casa ho dovuto però aspettare e chiedere ospitalità a destra e a manca. Me la sono guadagnata dopo avere rastrellato tutta Milano... E' grazie ai singoli cittadini che pur di "avere in cambio" un'orchestra sinfonica a tutto tondo sono scesi in pista. Sono stati proprio quelli che pagano lo scotto per il vuoto di una legge che agevola i privati che investono in cultura. Con un finanziamento ho avuto carta bianca per ristrutturare un teatro dismesso. Così è nato l'Auditorium e riesco a far quadrare il bilancio per merito dei cittadini. Nel 2003 i contributi hanno superato il tetto del 1.300.000 euro; le entrate pubbliche arrivano appena a 600 mila euro all'anno». - Quali figure professionali sono indicate per la «Giuseppe Verdi»? «Un ruolo centrale è quello del marketing: in ambito musicale siamo stati i primi a offrire al pubblico il calendario della stagione anche tramite stampa. Ma in prima linea c'è chi cura il controllo di gestione e il fund raising. Sono profili con una forte impronta economica che attingiamo regolarmente alla Bocconi e svezziamo all'interno».