osì il neodirettore del museo romano conquista folle di ragazzi Non ce lo aspettavamo al Macro (museo d'arte contemporanea di Roma), un direttore così. Uno nominato dall'assessore alla cultura della giunta Alemanno, Umberto Croppi, secondo cui il compito di quel museo era premiare la cultura storica capitolina, futurismo in testa. Un candidato che aveva battuto di un soffio Philippe Daverio uomo dai gusti contemporanei simili a quelli di un antiquario. Uno dal nome autorevole, Luca Massimo Barbero, perfetto per un professore di epigrafia romana, di quelli cattivi che bocciano gli studenti. Insomma, eravamo preparati allo sbarco di un colto studioso del Novecento italiano, con lo swiffer in mano per rispolverare i quadri di Mafai, Scipione o Donghi e portarli con tanto di cornice dorata nel civico museo di Via Reggio Emilia. Invece, ecco che il 23 marzo 2008 scende dal treno un bruno quarantenne in giacca e T-shirt, con un bagaglio di idee ammucchiate in valigia e un progetto chiaro in testa. "Un museo non è una macchina fatta di mostra, più mostra, più mostra. E neanche un santuario dove riposano degli oggetti. Un museo è prima di tutto un luogo dove andare per incontrare le immagini".Forte di questa convinzione e dopo aver ispezionato sale, collezioni e archivi, per prima cosa Luca Massimo Barbero s'inventa i Macro Drink: appuntamenti del martedì sera con proiezioni di video-arte più sprizz e birre gelate. Nel torrido luglio romano un fitto passa parola riempie di ragazzi il cortile del Macro. Si giunge al numero record di 1800, sdraiati in terra sotto un grande schermo o seduti agli angoli in capannelli di chiacchiere. Milleotto è già una bella cifra. Ma niente rispetto all'inaugurazione della mostra 'New York minute' al Macro Future (seconda sede nel quartiere Testaccio) quando il popolo under 30 accorre in massa: circa settemila presenze, di cui un novanta per cento ragazzini e ragazzine. Le cronache registrano con stupore l'evento. Un tale assalto ad un museo di Roma non s'era mai visto. Chi è il pifferaio magico e cosa ha fatto per meritare tanto? "Mi chiamo Luca Massimo Barbero sono nato a Torino nel 1963 e sono un cacciatore di immagini" e poi via: un diluvio di parole colorate per raccontare la sua vita. Si scopre che il piccolo Luca Massimo cominciò a cacciare immagini a 13 anni girando per le gallerie di Torino dove trionfava all'epoca l'Arte Povera. Così "fra una patata d'oro e una linea neoclassica" scoprì la sua vocazione. Poco dopo, a 17 anni, s'improvvisa fotografo per campagne pubblicitarie underground, scrittore di racconti noir, paroliere per un gruppo rock-gothic "il tutto senza mai essermi tatuato". A 29 anni, dopo tre passati a studiare agraria e una laurea in storia dell'arte alla Cà Foscari di Venezia, Luca si rende conto "che il postmoderno è finito, lasciando alla mia generazione la libertà di operare trasversalmente nel mondo delle immagini". Siamo nel 1993 e il nostro riesce a far aprire le porte del Fortuny a Peter Greenaway, in un matrimonio molto trasversale fra il cinema e il tempio della più sofisticata cultura veneziana. Poi sempre trasversalmente saltella fra un saggio storico e un video-allestimento, fra la cura del catalogo generale di Lucio Fontana e la celebrazione dei 50 anni del Moderna Museet di Stoccolma, fra la presidenza della fondazione Bevilacqua la Masa e l'incarico di curatore al Guggenheim di Venezia. È in mezzo a questo turbinio di impegni che arriva la proposta di Croppi. "Un sereno 'no grazie' è stata la mia prima risposta. Non mi vedevo direttore. Come molti della mia generazione mi sentivo psicologicamente un free lance". Poi lo spirito di cacciatore riemerge e vince. Lo sventurato risponde ponendo due condizioni: "La ripresa del cantiere per portare a termine il nuovo museo firmato da Odile Decq e l'assoluta indipendenza sulla programmazione". Sul primo punto il tempo ci dirà se Croppi è uomo di parola. Riguardo al secondo, Barbero l'ha spuntata. La mission dell'assessore sul recupero della memoria storica si è tradotta, nella mostra di riapertura del museo, con l'omaggio al 'Comizio' di Turcato: un trionfo di bandiere rosse neanche troppo astratto. Il richiamo dell'assessore a una cultura più popolare si è trasformato in un happening di settemila ragazzi accorsi a una coloratissima rassegna sull'avanguardia newyorkese, tutta video, foto, installazioni pop-punk-hard. È contento l'assessore? "Non ho motivi per pensare il contrario. Croppi non è uno sprovveduto, conosceva il mio lavoro. E poi il mio progetto non ha niente di speciale. Il museo come luogo di incontro è il modello di tutti i musei contemporanei d'Europa", risponde diplomatico il neo direttore. A storcere un po' il naso intanto sono alcuni galleristi e critici che vedono approdare in un mondo protetto, i germi di una cultura dell'eventismo e del populismo. "Mi dispiace per loro ma il direttore di un museo ha come prima responsabilità quella di formare un pubblico. I pochi intimi sono meravigliosi, conoscono tutto, girano il mondo e sono sempre pronti a dirti: 'questo non è nuovo, l'ho già visto a Berlino a Londra a Istanbul.', mentre i loro amici architetti commentano: 'Che meraviglia questo spazio, lo chiamerei una piazza!' Ma guai a riempirgliela la piazza, che diventi populista. Io sono qui per parlare a una generazione che non ha ancora visto tutto.Vorrei portare in processione il 'Grande Cardinale' di Scipione, per far capire ai ragazzi che non esiste solo Francis Bacon. E sto facendo partire il progetto Macro Scuola perché i docenti delle superiori dalla matematica alla letteratura incontrino critici e artisti. L'arte non è monopolio degli insegnanti di storia dell'arte e la didattica di un moderno museo non può ridursi a una stanzetta coi ragazzini che sporcano per terra". Così parla Barbero, un fiume in piena. E così fa: vara un carosello di progetti che dal 12 ottobre sono pronti ad occupare le sale del Macro dove trasversalmente e contemporaneamente vedremo: disegni inediti di Zavattini; un muro di acquerelli del giovane Alessandro Pessoli; esperimenti di forzata convivenza fra artisti nel progetto 'Room-mates' dedicato ai coinquilini creativi; l'omaggio a Prampolini con documenti spuntati dagli archivi; il ritorno delle nature artificiali di Gino Marotta che stupirono gli anni Settanta e sull'isola Tiberina un labirinto schermi con le immagini di Doug Aitken, video-film maker che riesce a stupire i nostri occhi assuefatti a tutto. Ma soprattutto vedremo altre folle colorate con scarponcini ai piedi e zainetto in spalla presentarsi puntuali ai cancelli di un museo. "Niente di speciale, succede anche a Rotterdam, Berlino e Londra", conclude serafico il pifferaio magico.