In Sicilia fondi irrisori per la difesa. E spesi spesso per barriere pericolose. Come la muraglia che minaccia un paese ma protegge l'azienda del sindaco Lo scaricabarile corre più veloce dell'onda di fango che ha cancellato i palazzi del messinese, uccidendo almeno venticinque persone e facendone scomparire altre dieci sotto montagne di detriti. Prima ancora che il problema dei fondi, dei miliardi necessari per risanare regioni ferite dal disboscamento e dalle colate di cemento, viene la questione delle competenze. Prima ancora di individuare le zone a rischio, in Italia bisogna scoprire chi se ne deve occupare. E nel rispetto di quali regole. La pianificazione, il controllo e la tutela sono affidati a Stato, Regioni e Comuni, Genio e Protezione civile. E fanno tutti a gara l'uno contro l'altro. Oggetto del contendere i Pai, i piani per l'assetto idrogeologico. Tocca ai Comuni scriverli. Ma non ci sono i quattrini per realizzarli. Dichiarazioni del premier Berlusconi a parte (per l'emergenza Sicilia ha promesso una "somma analoga" a quanto dato all'Abruzzo), l'unica riserva finanziaria per cercare di puntellare la penisola potrebbe venire l'Unione Europea. In Sicilia gli unici interventi concreti sono stati resi possibili proprio dai fondi della programmazione comunitaria. Con la prima tranche (2000-2006) è stato finanziato un piano di assetto idrogeologico che conta su 107 bacini. Per ognuno c'è un accurato piano di stralcio, indicando criticità e stima dei fondi necessari. Sono quasi tutti pronti. Da due anni, però, il vuoto. Non ne vengono preparati quasi più: quelli approvati dalla giunta regionale si contano sulle dita di una mano. La leva finanziaria è comunque partita. In questi anni in Sicilia sono stati investiti quasi 180 milioni di euro, garantendo una copertura pari al 72 per cento del territorio regionale. Una somma di pari importo, in arrivo sempre da Bruxelles, verrà spesa da qui al 2013. Fa parte di un maxi finanziamento per la difesa del territorio: 801 milioni di euro. I soldi andranno spalmati nei prossimi quattro anni. Basteranno? No, sono solo un'aspirina per la Sicilia, regione dove, proprio grazie al lavoro della task force del Pai (54 tra geologi e ingegneri, tutti precari, che vedono il loro contratto rinnovarsi di triennio in trienno), sono state censite 21.249 zone di dissesti. Che il meccanismo non funzioni correttamente emerge a chiare lettere proprio dai piani. Impossibile finanziare tutti i Comuni. Soltanto per il torrente Timeto servirebbero 23 milioni di euro. Non sempre, poi, le richieste sono chiare. Nel compilare le tabelle del fabbisogno finanziario, i tecnici regionali annotano come gli elaborati di molti Comuni si distinguano per "poca attendibilità nella qualificazione contenuta della scheda". Leggere i piani dopo la catastrofe provoca grande amarezze. Perché quelle schede testimoniano un disastro annunciato. Tra le carte del Pai siciliano è impossibile rintracciare Giampilieri (vedi box a pag. 47). Eppure, dopo l'allarme per la frana di due anni fa, il Genio civile di Messina ha proposto un progetto da 11 milioni di euro ma con ordinanza commissariale ne sono stati stanziati appena tre. La spesa s'è fermata a soli 45 mila euro: è stata realizzata come unica barriera di protezione una rete metallica di contenimento e un corridoio di mattoni. Una rete e un muretto per cercare di frenare un'intera montagna, che infatti l'ha spazzata via. I rischi di Scaletta Zanclea, invece, sono cristallizzati nel piano regionale numero 102. Risale al 2006. Trenta le aree di rischio individuate nel comune, quattro le indicazioni R4, massimo grado di rischio per dissesto idrogeologico. Proprio in quel documento, che descrive l'area compresa tra il bacino del torrente Fiumedinisi e Capo Peloro, sono raccolte le immagini di Scaletta prima dell'Apocalisse. Vengono fissate delle precise richieste del Comune, proprio per rendere sicuri quei borghi ora sepolti dal fango: si chiedono 12, 8 milioni di euro. Ma viene ammessa una spesa di poco più di un milione. "Alle parole devono seguire fatti. I piani non bastano", spiega con amarezza Anna Giordano, responsabile del Wwf, "e mi chiedo quale credibilità abbia oggi che si scaglia contro il partito del cemento ma prima ha chiuso gli occhi. Qui sono capaci di realizzare un aeroporto sul letto di una fiumara". Sono molti tra gli ambientalisti a temere che i Pai divengano armi improprie per ferire ancor di più montagne e fiumi. Il Wwf lancia il suo j'accuse proprio da Fiumedinisi, in provincia di Messina. Lì il primo cittadino è Cateno De Luca, deputato regionale del Movimento per l'Autonomia, partito del presidente Lombardo. Le associazioni hanno inviato alla Procura di Messina un esposto corredato da un dossier fotografico: spiegano che i fondi per il rischio idrogeologico sarebbero stati utilizzati per realizzare una muraglia di cemento armato. Una barriera di 700 metri di lunghezza per 10 di altezza, definita inutile per bonificare il territorio. All'inizio anche la Regione aveva stoppato il progetto, ipotizzando violazioni allo schema originale. Ora il muro è quasi completo: sorregge una zona destinata alla creazione di ville residenziali e soprattutto protegge un centro benessere in fase di costruzione. Di chi è quel centro benessere? Appartiene alla Dioniso srl e sarà realizzato grazie a un contratto di quartiere siglato nel 2006 con la Regione. Fino a un anno e mezzo fa proprio Cateno De Luca deteneva il 70 per cento delle quote di Dioniso. E ora il sindaco e deputato regionale difende a spada tratta le scelte sulla prevenzione: per sbloccare il progetto, ha spiegato che l'argine serve a difendere il paese dalle esondazioni. Aspettando la prossima piena, tutti sanno che non è così. Il muro è stato costruito sulla sponda opposta al centro abitato. Prevedono che l'acqua rimbalzerà dritta verso le case. Per tutti sarà un disastro ancora più grave, soltanto i soci della Dioniso resteranno all'asciutto e potranno godersela in tutta bellezza. n
CEMENTO, Cemento boomerang
In Sicilia, i fondi per la difesa contro i dissesti idrogeologici sono irrisori. Gli interventi concreti sono stati resi possibili dai fondi della programmazione comunitaria. La leva finanziaria è partita, ma i soldi non sono sufficienti. La regione ha 21.249 zone di dissesto, ma solo 107 bacini sono stati finanziati. I piani di assetto idrogeologico sono stati approvati solo da due anni, ma non vengono più preparati. I soldi destinati alla Sicilia sono stati spesi per barriere pericolose, come la muraglia che minaccia un paese ma protegge l'azienda del sindaco.
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