Nel 1975 è stato Giovanni Spadolini a istituire il ministero per i Beni e le attività culturali. Per le nostre miniere storico-artistiche, da allora, è cominciata una nuova era. Da una parte c'è stato un variegato impegno delle istituzioni per arricchire e valorizzare il patrimonio, dall'altra sono spuntate imprese pubbliche e (soprattutto) private pronte sponsorizzare eventi dotti pur di dare lustro al proprio brand. Si è intuito poi che, gestita in modo attento, la cultura è una risorsa per aggregare, attirare turismo, creare immagine. E può produrre un grosso indotto economico. L'esempio più strepitoso è quello di Bilbao, città degradata che grazie al Guggenheim museum è riuscita a rilanciarsi e a dare lo start a numerosi interventi architettonici. Per non parlare della febbre per il nuovo Cen-tre Pompidou a Metz o (per giocare in casa) di Mantova che con Festivaletteratura è balzata agli onori della cronaca. «La cultura attira grandi masse - dice Fabio File, vicepresidente di Assolombarda -. E finalmente ce ne siamo accorti anche in Italia. Una volta era patrimonio degli intellettuali che facevano casta a sé, ma negli ultimi anni si è sentito un odore così forte di richiesta culturale che numerose imprese sono scese in pista con promozioni motu proprio. C'è poi un'impennata di "imprenditorialità creativa" che va dall'arte alla musica, dai libri al teatro». Ma come muoversi per trasformare la cultura in impresa? «In primo luogo bisogna tenere d'occhio il consumatore che col tempo può diventare sempre più sofisticato - osserva File -. Poi si deve puntare sull'idea. Ma il prerequisito di chi vuole scendere in pista è la formazione: il know how umanistico deve essere integrato da conoscenze economiche e giuridiche. Non dimentichiamo poi che nello scenario odierno è fondamentale il ruolo dei media. Per far sì che nasca l'offerta, la domanda deve essere forte. E deve essere comunicata». Chi vuole partire con un'impresa culturale picchia la testa contro il muro delle normative. A differenza degli Usa dove grazie alla legge consolidata del non profit i capitali sono esentasse, il diritto italiano non prevede una regola che defiscalizzi il singolo cittadino e le norme esistenti scoraggiano di fatto gli aspiranti manager al settore artecultura.