I tempi delle moderne trasformazioni urbane non possono essere brevi. A meno che non si tratti di Dacca, Brasilia, Chandigarh tutte volute da un forte potere politico e legate al nome di famosi architetti (Kahn, Niemeyer, Le Corbusier) le città si sviluppano con fatica, soprattutto quando non lo fanno abusivamente o in termini speculativi. Un po' come la metro: tranne che in Cina o in paesi ferrei quanto esotici mettere treni sottoterra prende del tempo. Non basta ideare, progettare nuovi insediamenti: per realizzare si passa attraverso le competenze, l'ascolto democratico, i finanziamenti e perfino i ripensamenti. Roma, come spesso capita a questa città, esaspera i fenomeni metropolitani e certe sue trasformazioni hanno il passo della lumaca. Fino al punto che non si sa cosa pensare, se si tratti di incapacità realizzativa o di povertà di mezzi o di qualcos'altro. Se consideriamo che l'ex Mattatoio di Testaccio ha smesso di funzionare 34 anni fa e che ancora oggi siamo ben lontani da una concreta risposta organica per il riuso di decine di ettari nel centro di Roma, viene da scuotere la testa. È vero che ci sono istallazioni universitarie e culturali (Architettura 3 e Macro) ma è evidente che c'è ancora tanto, ma tanto da fare per risolvere tanto ma tanto degrado che ancora pesa su una gran parte dell'area. Non confortante è la situazione degli ex mercati generali all'Ostiense, nove ettari destinati alla Città dei Giovani, una specie di londinese Barbican. «Sarà la più grande trasformazione urbana d'Europa dopo Les Halles parigine» disse a suo tempo Veltroni. Il Car di Guidonia funziona da sette anni, e del progetto di Rem Koolhaas nemmeno l'ombra. Analogo lo scenario dell'ex Fiera di Roma sulla via Colombo: dovevano intervenire una mezza dozzina di archistar internazionali. Dopo i fuochi d'artificio, niente. Lo stato delle cose induce a offrire due suggerimenti a chi parla di grandi progetti. Il primo: annunciare e promettere il meno possibile, per deludere meno possibile. Il secondo: imparare come si fa a trasformare le buone intenzioni in fatti. Visti i ritardi in corso, è concesso di copiare dai più bravi, anche all'estero se fosse necessario.