Da Massa a Quarrata, la pioggia toglie il sonno «Quando la notte piove mi risveglio per la paura. Non riesco più a prendere sonno. Ci sono dei massi in bilico sulle nostre teste, sul monte, che se cadono si portano dietro mezzo paese». È il racconto di Mafalda Berti, 77 anni, una delle 52 anime che si ostinano a vivere a Guadine. Un mondo a parte, a soli dieci chilometri da Massa, dove l'isolamento si accompagna al senso di abbandono e dell'incertezza. È uno dei tanti luoghi delle Apuane resi ancor più fragili dalle piogge record dello scorso inverno. E la signora Berti che ci vive da cinquant'anni ne sa qualcosa. «Un grosso masso a fine febbraio è caduto a meno di cinquanta metri da casa mia - dice - Quella notte sembrava la fine del mondo». Da allora l'incertezza si è fatta strada nel suo quotidiano. «Non c'è stato detto di andare via ma chi è stato sul monte dice che c'è da mettersi le mani nei capelli per la gravità della situazione - aggiunge la signora Mafalda -. Ci sono due operai che stanno lavorando per mettere delle reti di sicurezza. Ci chiedono di non abbandonare il paese ma qui spesso manca anche il telefono per intere settimane. Viviamo isolati. S'invecchia noi e invecchiano anche le pietre». Nel Comune di Massa le aree a pericolosità geomorfologica elevata sono l'1,6 per cento del territorio e un altro 0,7 per cento è a pericolosità geomorfologica molto elevata. E così a Guadine, come sui versanti del torrente Renara, del canale Resceto o Tambura, una parte della vallata di Forno e il versante tra Fornello e Caglieglia si teme un inverno particolarmente piovoso. Bagnato come quello scorso che ha messo a rischio le case e la serenità non solo delle 52 anime di Guadine. Nel 1982 a Forno una frana fece cinque vittime. Una situazione che è maledettamente complicata e che fa il paio con altre zone della Toscana. Legambiente stima che nel 98 per cento dei comuni ci siano zone a rischio per frana o alluvione. E non fa eccezione nel pistoiese Ferruccia, frazione di poco più di mille abitanti di Quarrata, dove da nove mesi il paese è diviso in due per la frana dell'argine del torrente Ombrone. Dopo la calamità si è costituito il Comitato civico per l'Ombrone. «L'unico tratto sicuro dell'argine è quello ormai già franato dove si è intervenuto sulla scia dell'emergenza - afferma Barbara Gori, segretaria del Comitato - Ci sono delle infiltrazioni lungo alcuni tratti dell'argine con delle crepe che abbiamo segnalato e che sono state tamponate con dei teli». Lo scorso 21 gennaio è stata scongiurata una tragedia. L'argine ha ceduto per le piogge abbondanti ma il caso ha voluto che il torrente non fosse in piena. «Altrimenti l'onda avrebbe investito delle case - sostiene Gori -. Non ci risulta un piano di emergenza perciò quando cresce l'Ombrone ognuno guardi a casa sua e quando l'acqua è alta vada via». Che la Toscana sia un territorio con fenomeni franosi in atto o potenziali lo sanno bene al dipartimento regionale per la difesa del suolo. La prossima settimana è annunciato il varo di un piano stralcio a fronte di progetti per complessivi 20 milioni di euro, tra risorse della Regione e degli enti locali, per arginare i dissesti idrogeologici. «Ci sono zone particolarmente sensibili» dice la dirigente del dipartimento Maria Sargentini. La provincia di Lucca in testa, con Versilia e Garfagnana, l'area appenninica, il Pistoiese, la Val di Cecina, il Grossetano, specie nella zona del tufo. «Le piogge continue e gli scrosci, che da ottobre a marzo scorso, hanno creato situazioni di evidenti seri dissesti». Da qui l'esigenza del piano d'interventi straordinario. «Il limite è sempre dato dalle poche risorse economiche a disposizione per cui si inseguono le priorità d'intervento - sottolinea Sargentini -. Se non ci sono pericoli per le persone s'interviene in un secondo momento». Boschi abbandonati, incuria ma anche scelleratezza. Sono tra i fattori che fanno lievitare il rischio di frana o alluvione. «In Toscana abbiamo delle norme urbanistiche, le prime direttive sono del 1984, che prevedono dove ci sono movimenti attivi di frana l'impossibilità di costruire e neppure possono essere fatti ampliamenti degli edifici esistenti. Prima devono esserci le condizioni di sicurezza. Il problema è che dobbiamo gestire tutto ciò che è preesistente a queste normative».