Lintervista «Unecatombe. Hanno chiuso una dopo laltra, a un ritmo impensabile. E, assieme alle stalle, se nè andato un pezzo del nostro paesaggio, delle nostre tradizioni, della storia della nostra comunità. È la fine di un fondamentale presidio del territorio». Luca Zaia, ministro delle Politiche agricole, commenta con preoccupazione lepidemia economica che ha colpito le stalle, il collasso di competitività che le ha travolte in pochi anni. Se laspettava? «La dimensione numerica mi ha colpito. Mi ha fatto riflettere. Ma le ragioni sono evidenti: produrre il latte costa più di quello che si ottiene vendendolo. È unattività in pura remissione». Un seguace della scuola liberista direbbe che se unazienda non ha i numeri per stare in piedi deve chiudere. «Ma lagricoltura non è fatta di aziende qualunque, aziende che possono aprire o chiudere senza ripercussioni che vadano oltre la sfera delle persone direttamente impegnate nellimpresa in questione. Stiamo parlando di unattività legata allidentità del luogo, alle sue radici culturali e gastronomiche. Se lItalia riempie i suoi alberghi è anche perché si mangia bene: dove si mangia male è difficile che ci sia turismo». Che alternativa economica propone? «Non possiamo accettare il terreno del confronto anonimo sui prezzi. Se ci mettiamo a competere sui costi con i contadini lituani o somali abbiamo perso in partenza. Noi dobbiamo presentarci come artisti dellagricoltura. Le acciughe di Cetara, il pecorino romano, il bitto, lasiago, le nostre eccellenze alimentari hanno un valore particolare e questo valore va utilizzato come leva economica. Bisogna difendere il brand, ci vuole una strategia per metterlo in evidenza». Intanto le aziende agricole continuano a chiudere. «I costi non sono tutto ma contano, e sono troppo alti. Un ettaro di terreno agricolo vale 5.500 euro in Francia, 6.500 in Germania, 8.500 in Olanda e 25.500 in Italia, con punte molto più alte in pianura padana. In queste condizioni mettere su unazienda richiede uno sforzo economico che difficilmente un giovane si può permettere. Il settore va sostenuto. Io ho ottenuto 4,3 miliardi di euro, da qui al 2013, per i piani di sviluppo rurale che ogni Regione potrà modulare puntando su un ventaglio di possibilità: dal rilancio dei pascoli montani agli incentivi per il lavoro dei giovani. In Italia ci sono un milione e 700 mila imprese agricole e solo nel 10 per cento ci sono giovani, credo che dobbiamo intervenire agevolando luso delle terre demaniali per i giovani che si presentano con un business plan convincente». Altrimenti lagricoltura in Italia rischia di diventare unattività residuale? «È un rischio che non possiamo permetterci di correre. Le tre effe che contano nella nostra economia sono fashion, food e Ferrari. Su queste tre effe dobbiamo puntare e i margini per i nostri prodotti agroalimentari ci sono: il 72 per cento dei consumatori si dice disposto a pagare qualcosa in più per avere un cibo di qualità. Il punto è trovare gli strumenti per misurare e certificare questa qualità». LEuropa negli ultimi anni ha spinto verso la tracciabilità degli alimenti. «Ma in settori ancora troppo ristretti. Noi ad esempio produciamo 11 milioni e mezzo di tonnellate di latte, ne importiamo 5 e quando la mattina beviamo un bicchiere di latte non sappiamo da dove viene. Bisogna fare lopposto: difendere la tipicità, anche perché è la tipicità che ci permette di far quadrare i conti del settore. Non tutte le zucchine sono uguali, così come non tutte le macchine rosse sono Ferrari».