I COLORI di Roma, storia di un mito perduto. Scritti nella storia, inevitabilmente mutevoli con il correre del tempo, difficili da recuperare eppure indispensabili alla definizione dell'identità di una città unica al mondo anche per l'impasto della luce e delle tonalità contro le architetture. Descritti, dipinti, decantati dagli artisti e poi ammirati, fotografati, conservati nella memoria dei viaggiatori nel corso dei secoli, i colori di Roma «si stanno perdendo», scrive a Repubblica il soprintendente archeologo Adriano La Regina, particolarmente attento alle tematiche del paesaggio urbano e alla sua tutela. Di più, aggiunge: «La città sta perdendo la sua epidermide. Gli edifici assumono colori torpidi, senza gradi di intensità, senz'anima». E punta il dito contro i grandi restauri, condotti - non senza dibattti acerrimi - intorno al Giubileo del 2000, come è stato per il Quirinale con il suo "color dell'aria" e per Palazzo Chigi ma anche all'Isola Tiberina e sugli edifici intorno al Pantheon che «hanno cambiato la percezione stessa del monumento». Il colore degli edifìci è per La Regina «tra i caratteri formali dominanti nella città, una policromia composita, riverberata dalla pietra, dai mattoni, dagli intonaci». Claudio Strinati, storico dell'arte e soprintendente al Polo museale, conferma: «È vero che i colori si perdono. Ma quella del colore è tutta una storia di perdite. Anche oggi si perde quello che è stato un tempo. Ovvero: non esiste una verità del colore perché nessuna epoca storica ha diritto di proclamarsi giusta, nemmeno quella in cui l'edificio nasce». Spiega Strinati come la "Roma rossiccia" rifletta «una idea di luce della città», rappresentata nei dipinti di Scipione o Mafai mentre il "chiaro" esisteva già nella Roma di inizio Seicento e faceva parte di una città in cui il contrappunto fra il verde e le architetture rendeva il contrasto cromatico molto diverso da quello attuale. Oggi si tende piuttosto al recupero di ciò che più si avvicina all'origine della maggior parte degli edifici di Roma, ovvero tra il Sei e il Settecento: «una città chiara, con intonaci marmorei. E ciò e giusto per la nostra cultura che tende al riavvicinamento all'antico. Il metodo corretto per i restauri è quello filologico, in questo modo i risultati possono essere criticabili solo dal punto di vista del gusto». Il tempo cambiala città e il rapporto tra gli edifici e il verde, tra gli spazi e le loro funzioni. Paolo Marconi, docente di restauro dei Monumenti a Roma Tre, taglia corto: «L'architettura è esposta costantemente al rischio di polluzione e al tempo meteorologico e cronologico. I colori della Roma di Mafai non esistono più. Quelli della Roma di Vanvitelli nemmeno». Anche per Marconi, tra i maggiori esperti di restauro, il metodo da utilizzare dev'esser quello di ripetere ciò che si faceva in antico, imitare con i colori la pietra: «Fare riferimento alla tradizione recente non va bene per palazzi che hanno quattro secoli di vita. Troppe volte gli interventi sono realizzati secondo la moda e il gusto, del parere dell'amministratore di condominio o del pittore di turno che, del resto, non deve avere una visione "fotografica" della realtà. Per finire ricordiamoci che alla fine dell'Ottocento è stato riverniciato il 90 del centro storico, casette incluse». La vita dei colori della città è stata negli ultimi decenni oggetto di approfondite riflessioni, inclusa un'ipotesi di "piano del colore", ovvero una serie di indicazioni codificate da rispettare. Un'idea che non piace a Marconi («il piano del colore è un mito contemporaneo») e nemmeno a Paolo Fancelli, docente di Restauro dei Monumenti alla Sapienza. Che spiega: «II piano del colore comporta tutte le controindica-zioni delle ricette rigide». Il metodo seguito dalla "scuola Marconi" è quello più diffuso, prevede ricerche documentarie e d'archivio, punta su quel recupero filologico che ha trasformato Roma nell'ultimo lustro. Ma Fancelli gli muove qualche obiezione: «II problema è che i documenti d'archivio non certificano il colore ma implicano sempre una scelta. È importante per questo coniugare l'intervento sul singolo edificio con un piano della città storica che non si limiti alla valuta-zione del colore». Piercarlo Rampini, progettista che ha coordinato il restauro della Casina Valadier, aggiunge un elemento di riflessione: «Comunque sia, l'edilizia storica è sotto attenzione costante, perché sotto vincolo. Ma a condizionare molto il paesaggio urbano sono anche gli edifici non pubblici, il cui restauro e cura del colore sono troppo spesso legati a criteri personali, alle ondate della moda».