Ho partecipato in qualità di uditore al XXVIII convegno nazionale dell'Anmli incentrato sul rapporto tra musei, cultura, turismo. Per chi, come me, lavora da parecchi anni in un museo, il convegno ha offerto l'occasione per riflettere sul proprio operato, metterne a nudo le criticità e attivare un sano ripensamento. Nel convegno, però, hanno anche trovato conferma determinate certezze. La prima: il museo deve anzitutto fare bene il proprio lavoro, cioè (come afferma l'Icom) raccogliere e conservare il patrimonio, fare ricerca e comunicarne gli esiti perseguendo finalità di studio, di educazione ma, anche, di diletto. Un compito davvero complesso che un museo assolve sia attraverso l'esposizione permanente delle proprie raccolte, che tramite le mostre temporanee. A patto però che esse si pongano alla fine di un percorso di ricerca e non fungano semplicemente da elemento attrattore per catturare il pubblico con "effetti speciali". La seconda: la mission del museo non è il turismo, comunque inteso. Il museo infatti si rivolge ad un pubblico differenziato che, ovviamente, include anche il turista. Lo sforzo che queste istituzioni compiono è quello di intercettare i bisogni, le domande che i diversi pubblici pongono. Impresa non da poco! Troppo spesso però al museo viene chiesto di mettere al primo posto il turismo di massa. Di qui l'ossessione dei numeri: il misurare la bontà di un museo dal numero di presenze, senza porsi troppe domande su quanto il visitatore, una volta uscito dal museo, ha portato a casa oltre al gadget, il manifesto, la cartolina, il catalogo. O su quanto quel museo, quella sala, quelle opere abbiano effettivamente guadagnato o perso, in virtù o a causa di una presenza eccessivamente ingombrante di pubblico. La terza: il museo è un luogo speciale. Oltrepassarne la soglia significa entrare in una dimensione "altra": una dimensione poetica, come ricordava il direttore degli Uffizi, che richiede tempi e modalità di approccio ben diversi da quelli del turismo di massa. Non è per nulla semplice muoversi in un luogo così sovraccarico di stimoli! «L'orecchio non riuscirebbe ad ascoltare dieci orchestre contemporaneamente. Ma l'occhio - scrive Paul Valery a proposito del museo - si trova costretto ad accogliere un ritratto e una marina, una cucina e un trionfo (...) e per di più deve accogliere allo stesso sguardo armonie e modi di dipingere non paragonabili tra di loro». Di qui la proposta provocatoria di Daverio: un biglietto che consenta l'accesso su più giorni in museo, a patto che il visitatore veda una o due opere alla volta. Detto questo viene da chiedersi: se l'obbiettivo è quello di incrementare il turismo, ma al contempo salvaguardare la mission del museo, il fragile equilibrio tra opere e pubblico, la capacità del visitatore di cogliere la dimensione "altra" di questo luogo, non sarebbe più logico smetterla di puntare solamente sui musei guida - che qualcuno ha definito "musei tiranni"- e invece costruire un sistema ben coordinato di offerte culturali al quale indirizzare e distribuire i turisti? Non sarebbe più logico far capire che il patrimonio, il sistema coordinato dei beni culturali e delle istituzioni che li conservano, è l'evento? Se questa è la strada, va detto che in Trentino ci si sta muovendo in tutt'altra direzione. La Trentino S.p.a., che ha il compito di "valorizzare e promuovere le eccellenze culturali e artistiche locali", ha individuato nei quattro musei provinciali le uniche realtà museali da proporre al turista (le sole evidentemente che rispondono ai requisiti di "eccellenza"; le sole, per altro, che hanno avuto voce al convegno dei giorni scorsi). Una scelta, ha affermato Paolo Manfrini, condivisa dal Servizio Attività Culturali della Provincia autonoma di Trento che, evidentemente, ha abbandonato l'idea perseguita in passato di attivare e rafforzare il sistema museale trentino. A tutt'oggi, infatti, l'unica vera forma di promozione in rete delle istituzioni museali è la Trentocard, introdotta - per altro - dall'Apt di Trento. Ben poca cosa se pensiamo, ad esempio, al sistema museale di Torino attivo da anni, al quale sarebbe il caso di guardare con attenzione. Un sistema pronto a dirottare, se necessario, i fondi destinati alla promozione su quelle realtà museali poco visitate, così da distribuire in modo equilibrato il flusso turistico sull'intera rete. Una regia estremamente intelligente, a mio avviso, perché sgrava il museo da un compito che non gli è proprio: la promozione. Non tutti i musei sono attrezzati, o hanno sufficienti risorse, per attivare autonomamente forme efficaci di promozione: devono per questo restare invisibili, nonostante facciano bene il loro lavoro? Prendiamo il caso del Museo Diocesano Tridentino: non costituisce forse un'attrattiva turistica di rilievo un'istituzione ospitata in un edificio carico di storia e per di più collocato in piazza Duomo? Non susciterebbe forse interesse nel turista un museo che conserva testimonianze di quel Concilio per il quale Trento è ricordata ovunque; che illustra in modo esauriente la produzione artistica trentina dal XIII al XIX secolo, senza tuttavia precludersi ad uno sguardo più ampio, attento anche al contemporaneo? Non è forse indice di grave miopia non accorgersi che questo museo (pubblicamente apprezzato da personaggi come Federico Zeri, Alessandra Mottola Molfino, Vittorio Sgarbi) può costituire un valore aggiunto all'offerta culturale del Trentino? E infine: non è forse un controsenso finanziare questo museo, ma poi non promuoverlo, escludendolo dai circuiti dell'offerta culturale trentina? Sono considerazioni applicabili anche ad altre realtà (ad esempio lo spazio archeologico del Sass) che insieme concorrono a tessere la sottile trama di quel "museo diffuso" che contraddistingue in modo così forte il nostro Paese. Sono musei che, appunto per preservare le proprie caratteristiche, non ambiscono ai grandi numeri, ma nemmeno chiedono il silenzio. Quel silenzio che spesso caratterizza le sale dei musei "dimenticati" dove tuttavia, proprio per questo, il visitatore ha forse la possibilità di vivere quell'esperienza emozionale che nei musei "tiranni" è difficile fare. Che convenga lasciare le cose come stanno? Domenica Primerano è vicedirettore del Museo Diocesano Tridentino
TRENTO - L'occasione perduta del museo diffuso
Il convegno nazionale dell'Anmli ha trattato il rapporto tra musei, cultura e turismo. Il direttore degli Uffizi ha sottolineato che il museo è un luogo speciale che richiede tempi e modalità di approccio diversi da quelle del turismo di massa. La missione del museo non è il turismo, ma piuttosto intercettare i bisogni e le domande dei diversi pubblici. Tuttavia, troppo spesso al museo viene chiesto di mettere al primo posto il turismo di massa, misurando la sua bontà dal numero di presenze. Questo può portare a una presenza eccessivamente ingombrante di pubblico, che può danneggiare le opere e il museo stesso.
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