Ho letto con vivo interesse larticolo di Francesco Merlo, pubblicato domenica su "Repubblica Palermo". E linsensata decisione della Lega calcio di far ricordare le vittime di Messina solo alle squadre siciliane conferma la mia prima impressione: ossia che Merlo abbia colto nel segno. E vero: lindifferenza verso la tragedia di Giampilieri è anche figlia della degenerazione clientelare, della corruttela burocratica, dellassistenzialismo elettorale, degli sprechi etichettati per incentivi allo sviluppo. E figlia di una Sicilia trasformata da decenni in un buco nero in cambio di pacchetti di voti. E cera da aspettarselo che, prima o poi, la pietà verso gli ultimi si trasformasse, nel caso dellIsola come del Mezzogiorno, in "paura del contagio". Per quanto sia doloroso dirlo, guardando i plessi abusivi distrutti dalle frane, in molti hanno pensato che, in fondo, questa tragedia ce la siamo cercata un po tutti, cittadini, politici e istituzioni. Ovviamente, tutti siciliani. Merlo sostiene che tutto ciò sia anche frutto di una cultura retrograda che scambia la bellezza per la "povertà dellaccattone", invece che per "la ricchezza del produttore e dellimprenditore moderni". Serve un rinnovamento che parta dalla nostra identità, da tutti noi Merlo ha ragione, ma reputo necessario chiarire un punto. E per farlo, mi soffermo sulla questione del Ponte sullo Stretto. Il "popolo" che dice no al Ponte è molto eterogeneo. Di questo popolo faccio parte anchio, ma non certo perché sia contraria allo sviluppo. Dico no al Ponte perché la reputo unopera inutile e frutto di quella stessa cultura retrograda che Merlo giustamente attacca. Lo dimostra quanto accaduto finora, con lauti finanziamenti sprecati in progettini e consigli damministrazione fantasma. E sono sicura che nel prosieguo, piuttosto che "iniettare" nellIsola una cultura dellefficienza, il Ponte riprodurrà i mostri della Cassa del Mezzogiorno e con essi quellimmagine della Sicilia che non riesce più a suscitare pietà. Non mi soffermo su tutti quegli studi che hanno messo in luce i rischi ambientali e linutilità di questa opera faraonica. Mi basta dire che, come dimostra la vicenda dei Fas, i finanziamenti per il Ponte tolgono risorse fondamentali per gli interventi che servirebbero ad affrontare i nodi critici della Sicilia: nodi come un sistema ferroviario da terzo mondo, collegamenti autostradali inadeguati, un territorio disastrato, corroso dallabusivismo edilizio, dagli incendi e più in generale dai veleni del ricatto elettorale. Inoltre, non è certo con una mega-opera infrastrutturale che lIsola riuscirà ad attrarre quegli investimenti privati che ad oggi finiscono altrove, se poi mancano aree industriali competitive e una macchina burocratica efficiente. Per tutte queste ragioni, non abbiamo bisogno del Ponte. Il rinnovamento della Sicilia passa da altre strade (e da altri interventi infrastrutturali). Passa, uso le parole del premio Nobel Rajendra Pachauri, "dalla costruzione di un futuro sostenibile, di uneconomia verde, di unimpresa responsabile e di una cittadinanza consapevole". E non può non passare anche da un rinnovamento culturale della politica, dellimprenditoria e della società. Un rinnovamento che non è certo quello del "neosicilianismo" dei vari Lombardo e Micciché (non a caso, due dei più strenui sostenitori del Ponte), che tanto e purtroppo - stanno affascinando alcuni esponenti del centrosinistra. Serve un rinnovamento che parta dalla nostra identità, da tutti noi. A noi che troppo spesso crediamo che il malaffare e la corruttela siano lontani, quando invece ci sono prossimi. A noi che ci siamo dimenticati che la Sicilia non è solo quella rappresentata dallassessore cieco di Baarìa (a mio avviso, metafora che travalica lisola), ma anche e soprattutto quella di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, don Pino Puglisi, Libero Grassi, Pio La Torre, Peppino Impastato, Placido Rizzotto (solo per citarne alcuni). Non cè solo la Sicilia che non suscita pietà: cè anche quella che, come successo a Ponteranica, porta migliaia di italiani in piazza. Per questo, se vogliamo rilanciare lo sviluppo e non piangere più sulle tragedie annunciate, non abbiamo bisogno della "bussola" del Nord del mondo. Basta guardarci intorno e scegliere da quale parte stare. Lautrice è eurodeputata del Partito Democratico