L'ARCHITETTO BRASILIANO, 96 ANNI, INCORONATO DAL PRAEMIUM IMPERIALE CON ALTRI QUATTRO GRANDI DI ARTE, MUSICA E CINEMA. CERIMONIA IN OTTOBRE ATOKYO NIEMEYER LO studio di Oscar Niemeyer era e resta all'ultimo piano d'un grattacielo posato sui «pilotis», cari a Le Corbusier e assai numerosi nel Brasile Anni 30-40. In alto, all'ottavo piano di Avenida Atlantica, si scorgeva l'intera corona della spiaggia di Copacabana con la speciale forma che lui è solito ripetere in architettura e disegni, insieme alle montagne che la circondano sopra Rio, come sottolineò l'amico e maestro Le Corbusier. Tutto vetri e luce, di misure piuttosto modeste, consentiva la vista di gran parte d'una Rio de Janeiro così mutata e stravolta, che lì tuttavia pareva ancora pressoché intatta. Era la stagione del passaggio fra gli Anni 70 e 80. Non tornavo da anni a Rio, la volta precedente, Lucio Costa, l'architetto un tempo suo amico e ammirato maestro all'università così come in studio, mi aveva affidato dei disegni del celebre architetto a lui legato, da consegnare in Italia a Giorgio Mondadori per la costruzione dell'edificio a Segrate, prima del '68. Di Niemeyer, parlava il mondo intero. Era celebre come al tempo lo erano divi del cinema e registi. Aveva costruito in 3 anni e mezzo, terminandola nel 1960, nel bel mezzo della foresta, un'intera città che doveva divenire la capitale d'un grande Brasile voluto dal presidente Juscelino Kubischek, e spostare milioni di persone in futuro. Quel giorno di novembre venne ad aprire la porta lui stesso: minuscolo, aria sicura e al tempo stesso fragile, volto pensoso e come imbronciato, profondi occhi splendidi, e ancora seduttivo, pareva già vecchio, aveva più o mena 72 anni, ma conservava l'agilità, la freschezza d'un giovane," e dei suoi emozionanti, magnifici disegni sparsi per lo studio. Erano schizzi preziosi con archi, grandi ali d'uccelli, o aironi, linee morbide del corpo femminile, davano l'idea di voler sfiorare il cielo, bucare l'aria, lievissimi e sinuosi, di purezza estrema, nel tratto scuro deciso e fermo. Cominciò a parlare e continuò a lungo, con fatica, variando le lingue, dal portoghese al francese: aveva aperto uno studio a Parigi dal 1972, in Francia aveva realizzato alcuni progetti, compresa la sede del Partito comunista nella capitale. Passava poi all'inglese: era vissuto a New York insegnando nel '39 a Vale, nel '45 aveva disegnato e realizzato la sede dell'Orni. L'argomento cruciale era Brasilia. Non la conoscevo ancora, tre giorni dopo mi invitò lui stesso, promettendo di accompagnarmi, da ultimo non gli fu possibile. Molti sostenevano che si trattava d'una scultura più che d'una futura megalopoli, con edifici splendidi, i quartieri divisi per categorie, per ambasciatori, stranieri di alto, di medio livello, funzionali e così via, con scuole e attrezzature sportive per i ragazzi, divisione un po' singolare socialmente per un uomo che affermava di continuo l'impegno politico e sociale di estrema sinistra. Udito ciò, si era inalberato, spiegando che l'urbanistica era di Lucio Costa, non sua, aveva avuto a disposizione troppo poco tempo, «II teatro ho dovuto finirlo in 3 giorni per il Carnevale», lamentava, aggiungendo che la città era stata studiata per 500.000 persone, e già la affollavano meno di due milioni, con problemi inauditi. Narrò le incredibili difficoltà di lavorare in un luogo così lontano dove non c'era nulla, con operai contenti di creare qualcosa di nuovo e antico, ci teneva a far sapere, perché per lui era continuo il riferimento, nelle forme e inserimento degli elementi nella natura, al passato del Brasile, a edifici e insediamenti coloniali. Riconobbe che se avesse dovuto rifare Brasilia, avrebbe ideato una sorta di civitas circolare, in tempi lunghi, dove fosse possibile alla gente riunirsi e parlare, con al centro una grande scultura di Henry Moore: artista che, come lui, provava nostalgia per forme arcaiche e primitive. Raccontò molto di sé e del lavoro. La storia si apriva a Rio, dove era nato nel 1907, nell'allora rua Pasos Manuel, tuttora un incubo nei suoi sogni, dopo la scuola di Belle Arti in città, nel '28 aveva sposato Armila Baldo, di famiglia italiana. Laureato in architettura e ingegneria, nel 1934 ebbe professore per breve tempo il giovane Lucio Costa, che aveva sostituito in un momento di libertà i baroni che regnavano da tempo. Era entrato nello studio suo e di Carlos Leào, felice di lavorare gratis, erano giovani «rivoluzionari» per l'architettura in Brasile, guardavano all'Europa e a Le Corbusier. Allorché vennero chiamati, al tempo di Getu-lio Vargas, ad approntare i piani architettonici per il ministero dell' Educazione e Salute, costruito fra il '36 e 43, reclamarono la consulenza di Le Corbusier che si fermò a Rio nel luglio-agosto 1936. Niemeyer ne parlò con commozione, venerazione immutata, lui gli aveva insegnato la libertà di progettare pur nel razionalismo, la funzione ripeteva era importante, ma lui alimentava l'immaginazione. Le Corbusier svelava di detestare il funzionalismo, denunciando: «Che paradiso della noia quel Bauhaus». Aveva preso Niemeyer sotto la sua protezione, insegnandogli i segreti del mestiere, primo fra tutti l'uso del cemento armato con fantasia, del vetro, del ferro, dei suoi famosi «pilotis». Raccomandava di servirsi di tali materiali con immaginazione e libertà, al contrario dei razionalisti. Niemeyer si scatenò subito con gli edifici di Pampulha, mostrando di saper sfruttare forme e spazio al limite della tensione e materia. Brasilia era ormai alle porte. Con poche linee incisive tracciò i disegni di taluni edifici di Brasilia per illustrare il suo metodo: un discorso ininterrotto di archi disegnati nell'azzurro e nelle nuvole che parevano potersi spezzare come un filo nell' aria, tanto il cemento appariva fragile e lieve; additava forme ricalcate sulle capanne degli indigeni, o marmi immersi nelle acque tropicali. D'improvviso gli chiesi: «Architetto, come si costruisce un arcobaleno?» «Con un po' di cemento e tanta tanta fantasia», rispose, divertito alla domanda. Oggi a 96 anni è un mostro sacro, ha ottenuto nel 1988 il Premio Pritzker, la Royal Golden Medal degli architetti inglesi, possiede una. propria fondazione con due sedi a Rio e San Paulo, è colui che ha trasformato il Brasile, inoltre ha lavorato nel mondo: Parigi, Londra, Milano, Torino, Berlino, Mosca, Oslo, in Algeria, un po' ovun-que, oltre a università o musei in Brasile, nonché le «Scuole di Samba». Le massime istituzioni, compreso il Jeu de Paume a Parigi, gli hanno tributato onori, celebrazioni. Tuttavia le polemiche non abbandonano il vecchio leone, osannato e venerato fra gli architetti più importanti del secolo scorso. Di recente ha fatto rumore la questione dello splendido Auditorium di Ravello, di cui egli ha regalato il progetto, affidandolo a Bassolino e al sindaco, un teatro all'aria aperta, in pratica, con l'orchestra sul mare e una parete mobile, insediato in una zona né felice né centrale. Ha donato un'opera d'arte, splendente fra acqua e cielo. Spera l'anno venturo di essere a Ravello per l'inaugurazione. Oltre l'apparente malinconia e serietà, resta l'uomo di interessi, vitalità e curiosità quale è sempre stato. Sarà felice del Premio Imperiale che lo laurea, una volta di più, fra gli architetti che hanno costruito il XX secolo. IL NOBEL DELLE ARTI II Praemium Imperiale è un riconoscimento annuale conferito dalla Japan Art Association per i risultati conseguiti a livello internazionale nel mondo delle arti. Fin dalla sua istituzione nel 1989, il premio, che ha avuto fra i suoi animatori Umberto Agnelli, si è affermato come uno dei riconoscimenti più prestigiosi in campo internazionale, il «Nobel delle arti». I cinque vincitori riceveranno ciascuno un premio di 15 milioni di yen (circa 110.000 euro), un diploma e una medaglia consegnati dal Principe Hitachi, Presidente Onorario della Japan Art Association, durante una cerimonia di premiazione che si terrà a Tokyo il 21 ottobre.