Messina, era nelle denunce l'annuncio della tragedia i tecnici della protezione civile parlavano di "bomba geologica" Ma l'inchiesta venne assegnata a un giudice arrestato per concussione MESSINA. Sulle mappe figuravano come alvei di torrenti. Ma nei sopralluoghi compiuti dopo l'alluvione del 2007 è stato trovato ben altro: camping, parcheggi, campetti di calcio, insediamenti abitativi e produttivi, aree destinate all'agricoltura e allo stoccaggio di materiali vari, recinti per animali, elettrodotti, cancelli e baracche. Molti avevano esercitato la fantasia nell'aggressione al territorio. E nessuno aveva detto nulla. Tutti avevano tollerato chiudendo un occhio e magari tutti e due. Ma non si può dire che non sapessero. Giampilieri, Scaletta Zanclea, Briga, Molino, stavano su una bomba geologica. Lo scrissero, in una relazione inviata anche alla Procura di Messina, i tecnici della Protezione civile siciliana. I quali erano stati chiari sin dalle premesse: la causa scatenante dell'alluvione è stata «certamente l'elevata intensità di eventi meteorici ma non può non essere presa in considerazione la leggerezza di alcune scelte territoriali che si sono rilevate determinanti negli effetti provocati dal dissesto idrogeologico». La conseguenza di questi comportamenti, che in primo luogo investono la responsabilità degli amministratori locali, è il «degrado dei corsi idrici del Messinese»: un fenomeno così diffuso che è capace di provocare un «vero e proprio disastro». L'allarme era stato dunque lanciato esattamente un anno fa, epoca in cui la relazione esplosiva era arrivata in Procura. Era rimasta insabbiata, bisogna subito aggiungere. Quel grido d'allarme era finito tra le carte dell'inchiesta sull'alluvione del 2007 coordinata dal pubblico ministero Giuseppe Siciliano. Cioè proprio il magistrato che tre mesi fa è stato arrestato nell'ambito di un'inchiesta della dirimpettaia Procura di Reggio Calabria con l'accusa di avere esercitato pressioni per orientare in un senso o nell'altro contenziosi per operazioni immobiliari. Tra le inchieste rimaste nei cassetti di Siciliano c'era appunto quella dell'alluvione del 2007. E dentro i faldoni c'era la relazione della protezione civile che già un anno fa descriveva, con una chiarezza esemplare, come stavano le cose. Chissà se qualcuno ha letto quelle carte. E se l'allarme è arrivato alle persone giuste - il magistrato ma anche il sindaco di Messina - che avrebbero dovuto intervenire per le tante violazioni delle «vigenti norme al testo unico sulle acque e sulle opere idrauliche e alla normativa edilizia e urbanistica». La relazione era il sigillo tecnico alle denunce fatte a più riprese dal comitato 25 ottobre che aveva segnalato il grave pericolo del dissesto idrogeologico e aveva chiesto al Ministero dell'ambiente fondi per interventi urgenti e indispensabili: soldi che qui non sono mai arrivati. Che altro scriveva la Protezione civile siciliana in quella relazione passata sotto silenzio? Ricostruiva con una semplicità e una chiarezza didascaliche le tappe di una prolungata violenza all'ambiente che è il fondamento del disastro di questi giorni. «Nella provincia di Messina - scrivevano infatti i tecnici - il dilagare del processo di urbanizzazione ha reso sempre più critiche le condizioni di vivibilità delle aree più vulnerabili». E ancora: «La disordinata crescita urbana, la cementificazione dei corsi d'acqua (sono 22 sul versante tirrenico e 44 su quello jonico) e dei versanti, hanno tessuto una trama territoriale estremamente fragile e degradata». La conseguenza di tutto questo sono gli «squilibri idrogeologici non disgiunti da causa antropiche, tra cui la progressiva deforestazione dei bacini idrografici e la cementificazione dei versanti dei bacini e delle aste fluviali». Non può essere un caso se nei passaggi cruciali di questa relazione si ricorre allo stesso linguaggio adoperato in questi giorni da ambientalisti e geologici. E in più si fa un po' di storia delle alluvioni che da queste parti è impressa nella memoria delle persone più di quanto non lo sia in quella di sindaci e amministratori. Il primo forte segnale del pericolo fu l'alluvione del 1996 - parliamo di 13 anni fa - quando un'ondata di piena investì Messina e i villaggi della costa jonica. Due anni dopo l'esondazione dei torrenti Pace e Annunziata provocò quattro morti. Nel 2002 un'ondata di piogge eccezionale superò la soglia di allarme stabilita per Sarno. E nel 2007 l'alluvione che investì sempre queste zone confermò, se ancora qualcuno avesse dubbi, la «criticità del sistema idrografico messinese». Le ondate di piena dei fiumi non potevano defluire perché gli alvei erano ostruiti da camping, parcheggi, campetti e naturalmente costruzioni abusive. Non c'è bisogno di aggiungere che nessuno, in tutti questi anni, ha fatto nulla. FRANCO NICASTRO