Negli ultimi 15 anni l'Italia ha visto proliferare edifici disegnati da architetti d'oltralpe: è stato un fenomeno positivo che ha contribuito a stimolare e aggiornare la produzione nazionale - Una presenza segnata anche da forti ostilità: come Isozaki agli Uffizi, Gehry a Modena e Venezia, e Meier con la contestata «Ara Pacis» Come il terrorismo e l'economia, anche l'architettura ha il suo 11 settembre. Perlomeno, in Italia dove quattro anni fa fece scalpore la cosiddetta "lettera dei 35", dal numero dei firmatari dell'appello contro l'invasione degli architetti stranieri, accusati di accaparrarsi tra concorsi e commesse dirette gli incarichi più redditizi e prestigiosi. Era la punta dell'iceberg di un malcontento accumulato nell'ultimo decennio e nutrito dall'ossessione di sindaci e amministratori per quelle archistar, capaci di dare momentaneo lustro alle più oscure periferie in cerca di riscatto mediatico. Da quando, infatti, il mercato comune europeo è passato dalla libera circolazione dei prodotti a quella dei progetti e la direttiva di Lisbona ha sancito l'equiparazione delle professioni, l'arretratezza italiana è emersa in tutta la sua tragica dimensione. È bastato insomma che cadessero le barriere doganali perché si vedesse che il re era nudo e che il ritardo della nostra cultura architettonica, adagiata sui dimenticati fasti internazionali degli anni 70, si palesasse con tutte le sue enormi passività. Aperta la strada con i primi concorsi negli anni 90, la presenza dei "visitors" internazionali non ha avuto più freni e il cahier de doléance degli italiani è stato sostituito più fruttuosamente dall'elenco di opere e progetti di architetti stranieri. Un elenco oggi impressionante che, se ha i suoi picchi in metropoli come Milano e Roma, risulta egualmente diffuso in provincia e nelle piccole città. Con la città della Moda (Cesar Pelli), la nuova sede della regione Lombardia (pei Cobb Freed partners), l'ampliamento della Scala (Botta) , Santa Giulia (Foster) la nuova Bocconi (Grafton), il teatro Armani (Ando), le torri di Rho (Perrault) il Business park per Milanofiori (van Egeraat), la risistemazione di parco Forlanini (Byrne), la città delle Culture all'Ansaldo e il futuro Castello sforzesco (Chipperfield), i grattacieli di Citylife (Hadid, Isozaki, Libeskind), eccetera, Milano ha forse in questo momento la palma della trasformazione; ma una città meridionale di medie dimensioni, come Salerno, la tallona da presso con il piano regolatore di Oriol Bohigas, il Palazzo di Giustizia di David Chipperfield, la stazione marittima di Zaha Hadid e i previsti interventi sulle aree dismesse di Jean Nouvel , di Riccardo Bofill e di Santiago Calatrava. A Genova uno dei musei più visitati è quello del Mare dello spagnolo Vasquez Cosuegra, a Napoli il più prestigioso il Madre del portoghese Alvaro Siza, a Rovereto il Mart di Mario Botta è divenuto in breve tempo il logo stesso della culla trentina del Futurismo. Se a Roma si preparano alle imminenti inaugurazioni del Maxxi (Hadid) e del Macro (Decq), a Mestre si sono da poco aperti l'Ospedale e la Banca dell'Occhio dell'argentino-americano Emilio Ambasz e a Reggio Emilia i tre magnetici ponti di Santiago Calatrava continuano ad attrarre l'attenzione degli automobilisti lungo l'autostrada del Sole. Nell'appartata isola di San Servolo a Venezia, sempre Chipperfield ha completato la prima parte del nuovo cimitero e il Kilometro rosso di Jean Nouvel vicino a Bergamo non manca di segnare il paesaggio del periferico industriale con il segno sintetico del suo "muro" tecnologico. La lista è lunga, e dietro l'elenco rimangono questioni che appassionano per primi gli stessi protagonisti di questa repentina trasformazione. L'austriaco Boris Podrecca recente autore della trasformazione della veneziana Cà Pesaro in museo d'arte moderna non ha dubbi sull'origine della "debolezza" italiana: «In Italia si sono perse due generazioni, dopo il 68. Sapete tutto su Palladio o Giulio Romano, ma non come si mette una finestra». Il giudizio è impietoso, forse anche ingeneroso, ma in parte coglie nel segno. Eppure, nonostante tutto, a quindici anni di distanza dalle prime architetture "straniere", il bilancio per gli italiani non è solo passivo, anzi. Prima di tutto ha consentito agli italiani di scrollarsi di dosso quell'aura reverenziale che prima avvolgeva il nome di ogni progettista d'oltralpe, consentendo di toccare con mano le debolezze di un'idea dell'architettura basata solo sull'éclat dell'immagine. L'ha sperimentato il giapponese Isozaki, impigliato nella rete infinita degli Uffizi di Firenze, ma anche il "divo" Gehry impallinato dal tiro al piccione contro i suoi contestabili progetti per Modena e per Venezia, o l'americano Meier con un'Ara Pacis che è un vero e proprio "pomo della discordia". Soprattutto nei confronti degli architetti non europei, infatti, si è misurata la distanza tra la condizione della metropoli infinita e la concezione della città stratificata, dove la strategia dello "choc" appare puerile, prima ancora che inutile o dannosa. Viste da vicino molte di queste opere figurano deludenti, più simili a stereotipi replicati grossolanamente che ad autentiche invenzioni. Tuttavia l'impatto con diverse culture dello spazio ha anche costretto la "bella addormentata" dell'architettura italiana a svegliarsi dal torpore dei propri sogni autarchici e a guardarsi attorno per elaborare risposte più credibili alla riorganizzazione del nostro sistema urbano. Se l'architettura italiana di oggi è assai diversa in meglio! da quella di 15 anni fa, lo si deve anche al salutare elettroshock del libero mercato della competizione che ha liberato vecchie e nuove energie in un confronto serrato sotto gli occhi della comunità internazionale.