Fondazioni e sovrintendenti ne hanno discusso all'Agis Una ricerca svela: solo sette spettatori su cento frequentano il teatro d'opera ma gli spettacoli assorbono oltre il 60 degli aiuti Si fa presto a chiedersi quale sia in Italia il costo dei teatri lirici. È' obiettivamente elevato: ma occorre addentrarsi in una situazione che più complessa non potrebbe essere. Intanto la crisi non riguarda solo il nostro paese; ma tutta l'Europa; e poi, tornando all'Italia, se è vero che il finanziamento assicurato dal fondo statale per lo spettacolo si è ridotto notevolmente ogni anno a partire dal 1985, è anche vero che la parte di esso assorbita dagli enti lirici continua a rappresentare il 60 per cento del totale. Forse troppo in un paese in cui ormai solo sette spettatori su cento frequentano il teatro d'opera. Il discorso merita quanto meno un approfondimento, e una prima risposta viene da una ricerca che le fondazioni liriche hanno commissionato all'associazione Economia della Cultura e che ieri è stata presentata nella sede romana dell'Agis. Il tema più scottante è la trasformazione dei vecchi enti lirici, appunto, in fondazioni di diritto privato. E come sempre accade i risultati da una parte sono positivi e in linea con gli scopi della legge, e dall'altra negativi per il peso perdurante del passato: soprattutto gli organici eccessivi. È quello che tra l'altro sostiene Alessandro Leon, uno degli autori della ricerca. Ma, tanto per rimanere al problema degli organici, WalterVergnano, presidente dell'associazione delle fondazioni, rileva che «l'opera lirica, oltre a quello dei costi che possono essere contenuti, ne comporta altri (le orchestre, i cori, le compagnie di canto) che non sono riducibili». A giudizio di Carlo Fontana, sovrintendente della Scala, «c'è un punto fondamentale nel rapporto fra pubblico e privato: i teatri d'opera sono istituzioni e aziende, non sono imprese». Il che significa che devono essere gestite con la massima attenzione al controllo di gestione. Francesco Ernani, sovritendente del Teatro dell'Opera ha invece approfondito l'esame del problema dell'occupazione «che, anche nel settore artistico sta soffrendo come in altre categorie della stagnazione economica e del declino della spesa pubblica ad esso destinata». A tal proposito ha indicato una serie di suggerimenti sui vari tipi di rapporto di lavoro, da quello stabile e indeterminato a quello a termine o addirittura "intermittente". Marcelle Ruggieri si è dedicato alla difesa del teatro musicale contemporaneo che (non solo a suo giudizio) viene trascurato se non ignorato. Oltre il contemporaneo c'è il futuro del teatro d'opera che, a giudizio di Bruno Cagli, «è tutt'altro che roseo. La lirica è purtroppo diventato uno spettacolo sempre più per pochi, ma non per ricchi». Quantificando, si trova al quattordicesimo posto fra i generi musicali. Crediamo che sia l'ultimo. Ancor più pessimista il critico Sancirò Cappelletto: «Nel giro di cinque o sei anni, i teatri lirici attivi in Italia saranno soltanto quattro».