dentro il cantiere L'opera di salvataggio costerà 25 milioni di euro ma il Sacro Telo, che sarà di nuovo esposto nel 2010, troverà un'altra sede donata bonometti Torino. Come se il fuoco fosse appena arretrato. Lasciando la pietra spaccata, le colonne frante, le pareti calcinate. Come se Torino fosse ancora attonita, per una notte e un giorno, attorno a quel braciere immenso dentro la cappella della Sindone. Sono passati dodici anni da quella sera di aprile quando si scatenò la violenza del fuoco dove si conservava il telo della sindone, urna enucleata in un altare-sarcofago. Fu un eroico vigile del fuoco a entrare e portare in salvo la Sindone anche se, si seppe poi, l'urna di cristallo avrebbe potuto resistere almeno 180 minuti alla forza dell'incendio. Non c'era stata comunicazione in merito, ma in quel momento infernale l'assalto dei vigili del fuoco non poteva essere altro: fu fatale per l'apparato murario anche la scarica di acqua sui danni delle fiamme. La pietra si sgretolò, sfarinandosi. La struttura fu ferita, 48 ore in preda alle fiamme, con un effetto camino micidiale. A sette mesi dalla nuova ostensione della Sindone, prevista nella primavera del 2010 e per la quale sono attesi oltre due milioni di persone, il via alla ristrutturazione della Cappella del Guarini. Dove la Sindone non tornerà più, una volta concluso il cantiere. Perché dopo l'ultimo restauro, in cui fra l'altro sono state aboliti i rappezzi cuciti dopo l'incendio di Chambery nel 1534, il telo non può più essere piegato. Dunque non può più"fisicamente" essere accolto dall'urna nell'altare voluto dai Savoia. La Sindone rimarrà srotolata, distesa per i 4,42 metri di lunghezza e il metro e 13 di larghezza, sopra una barella metallica, avvolta da gas inerti e dentro una teca monumentale. Per ora, nascosta da un drappo, sormontata da una corona di spine e dalla gigantografia del volto, è nel Duomo e forse questa sarà la sua sistemazione definitiva. La direzione regionale delle soprintendenze, il rappresentante del ministero dei beni culturali in Piemonte, Liliana Pittarello, a suo tempo componente del comitato tecnico scientifico del ministero sulla Sindone, con il soprintendente ai beni monumentali e ambientali il genovese Gianni Bozzo, e dall'architetto Mirella Macera, direttore del Castello di Racconigi e responsabile unico del cantiere della cappella del Guarini, ha aperto, al Secolo XIX, le porte di quella che fu la martoriata casa della Sindone. Oggi inaccessibile. Iniziano i lavori entro poche settimane e dureranno due anni: 25 milioni di euro, il finanziamento del ministero dei beni culturali, includendo anche opere di consolidamento già effettuate, comunque un cantiere su cui sono puntati gli occhi del mondo: per quel che ha rappresentato dato il suo sacro contenuto, per quel destino crudele di devastazione, per le tecniche straordinariamente sperimentali che verranno applicate per restituire quelle stessa fattezze alla seicentesca cappella senza alterarne l'originalità. Un restauro che seguirà un corso assolutamente innovativo. Anni di progetti e di studi per arrivare a questo risultato che oggi affronta la messa in pratica. «Sarà anche un importante e intenso cantiere della conoscenza» spiegano gli esperti perchè fin qui non c'è letteratura né sulla particolare struttura, a canestro con mattoni ancorati a pietre da zanche di ferro, né sullo stravolgimento comportato da quel lungo e violento incendio. Comunque lo spettacolo è di tragica bellezza. A causa del fuoco la pietra ha virato il colore, in alcuni punti è quasi arancione. Immaginiamo l'abate Guarini, audace sperimentatore, realizzare questo monumento tutto in pietra nera e grigia di Frabosa per imprimere l'atmosfera del sacello funebre, ma la spinta è verso l'alto dove la luce tempera il sentimento e alleggerisce la struttura. Un capolavoro che annichilì anche i contemporanei. L'incendio ha reso ancor più lugubre l'effetto, annerendo il nero. Ora si è rimessa in moto la cava di Frabosa per cavarne conci che verranno sostituiti dove hanno funzione portante e per rifare le colonne esplose. Si è posto subito, e lo si mantiene, un cerchiaggio alla cupola altrimenti sarebbe implosa, e per il paramento murario, laddove si è sfaldato come una pelle ustionata, si userà materiale di integrazione lavorato in modo tale che acquisti la rigidità della pietra, ancorandosi a quel che resta dello strato murario originale del Guarini. Di cui hanno schedato 5454 conci e 6000 frammenti, una campagna di indagini capillare i cui dati sono entrati in un sistema informatico a disposizione della collettività. «Torneranno in parte al loro posto» assicurano gli esperti della riabilitazione strutturale, staff composto da Paolo Napoli, Giorgio Macchi, Giancarlo Ganè con l'architetto Salvatore Esposito. bonomettiilsecoloxix.it