L'anniversario Nel 1759 il re parte da Napoli. Lascia una grande eredità e un interrogativo... T ra pochi giorni, il 7 ottobre, ricorrerà il 250.mo anniversario della partenza del Re Carlo di Borbone per la Spagna. Quel «sovrano illuminato », collezionista, mecenate di artisti e architetti, che avendo regnato a Napoli 25 anni, ed essendo stato il primo monarca residente nella Capitale dopo oltre due secoli di vicereame, godette ai suoi tempi, e anche dopo, di grande popolarità. Oggi ci si comincia a chiedere fino a che punto essa fosse giustificata. E c'è da domandarsi se la ricorrenza non avrebbe dovuto fornire lo spunto e l'opportunità d'un convegno dedicato al riesame della sua figura, anche alla luce dei numerosi nuovi documenti apparsi in questi ultimi anni. Alludo alle lettere spedite da Carlo III a Tanucci tra il 1759 e il 1763 (pubblicate da M. Barrio), a quelle da Carlo inviate ai genitori dal 1720 al 1734 (pubblicate da I. Ascione), al fitto carteggio intrattenuto tra Carlo III e il Principe di San Nicandro durante i sette anni della Reggenza Napoletana, appena edito dalla Società Napoletana di Storia Patria. Senza dimenticare i 17 volumi finora pubblicati dell' Epistolario di Bernardo Tanucci, A cosa servono gli anniversari, se non offrono l'occasione d'un aggiornamento degli studi? Indubbiamente a Carlo si debbono alcune delle principali meraviglie di Napoli e dintorni: i palazzi di Capodimonte, Portici e Caserta, le Collezioni Farnesiane, gli scavi di Ercolano e Pompei, il teatro San Carlo e il Museo Archeologico. Alcuni studiosi si sono tuttavia chiesti se tre palazzi reali non fossero troppi per una città dove tanti soffrivano la fame ed erano privi d'un tetto. Il cosiddetto «Reclusorio» progettato dall'architetto Fuga, un edificio gigantesco destinato a ospitare ottomila poveri del regno, così grande da non poter essere terminato, aveva finito per rivelarsi una costosa utopia. E in un regno privo di reti stradali, le uniche vie percorribili in carrozza senza troppe scosse erano quelle che conducevano ai siti e alle tenute di caccia reali. A tali critiche rispose Benedetto Croce, raccomandando di non esprimere giudizi troppo severi, e ricordando che «se non si fossero fatte allora quelle costruzioni, noi ora non le possederemmo a nostro uso». Anche le Sette Meraviglie del Mondo erano frutto di vanità regale ed erano costate infiniti sacrifici. Quanti operai avevano bagnato col loro sudore, e spesso col loro sangue, i Giardini Pensili di Babilonia, la Piramide di Cheope, il Colosso di Rodi, e il Mausoleo di Alicarnasso? È vero. Carlo attingeva alle risorse del regno per accrescere il prestigio personale e far risplendere (specie agli occhi delle corti straniere) la gloria della propria dinastia. Ma la stessa cosa facevano altri monarchi europei. Gli scavi archeologici delle città sepolte dal Vesuvio costituivano, per la loro eccezionalità, un potente strumento di propaganda politica. Sappiamo che il re seguiva con spasmodica curiosità le esplorazioni sotterranee, chiedendo continue spiegazioni ai dotti, ed entusiasmandosi ogni volta che un'opera d'arte tornava alla luce. Ma alla base del suo entusiasmo non c'era tanto l'interesse scientifico, quanto l'ambizione d'accrescere i tesori delle proprie collezioni. Certo, agli albori dell'archeologia moderna, non si poteva pretendere che un re apprezzasse l'importanza documentaria degli scavi. Ciò non impediva che diversamente da lui la pensasse l'ingegnere militare Karl Weber, il quale, alle dipendenze del colonnello del genio militare Joachim de Alcubierre, dirigeva gli scavi di Ercolano e Pompei. Precursore di moderne metodologie archeologiche, Weber s'era proposto di rilevare una pianta delle città sepolte, e procedeva pertanto nell'esplorazione seguendo il tracciato delle strade antiche. Quando lo venne a sapere, Carlo andò in bestia. Quel modo di lavorare comportava perdite di tempo. Weber doveva dimenticare le strade. Solo sfondando i muri, e penetrando negli edifici, si sarebbero trovate in abbondanza pitture, statue e mosaici. Carlo, pur possedendo qualche inclinazione artistica, e non essendo privo di gusto estetico, aveva in gioventù compiuto studi superficiali. I suoi orizzonti culturali erano limitati. Pietro Colletta non aveva esitato a definirlo «ignorante ». La sola attività che veramente l'appassionasse era la caccia. La sua conversazione era noiosa. Il conte Solaro di Monasterolo così nel 1742 la descrisse a Carlo Emanuele III: «Poche sono le notizie ch'egli ha delle cose straniere, delle leggi, de' Regni, delle storie de' secoli andati, e dell'arte militare, e posso con verità assicurare la M.V. non averlo per il più sentito parlar d'altro in occasione del pranzo che dell'età degli astanti, di caccia, delle qualità de' suoi cani, della bontà e insipidezza de' cibi, e della mutazione de' venti indicanti pioggia o serenità». Partendo per la Spagna Carlo rinunziò, con straordinaria generosità e grandezza d'animo, a portare con sé le splendide Collezioni Farnese e i tesori di Ercolano e Pompei. Avrebbe potuto farlo tranquillamente, e nessuno avrebbe trovato da ridire. Perciò tanto più sembra strana, o addirittura incomprensibile, la sua decisione di distruggere la Real Fabbrica delle porcellane di Capodimonte. Minieri Riccio racconta che «dismise la fabbrica di Capodimonte e menò seco a Madrid gli artefici, e quanto più poté della fabbrica stessa ». Nei giorni immediatamente precedenti la partenza furono noleggiate «tre tartane polacche di bandiera napolitana », e vennero trasportati ad Alicante «gli artefici e tutti gli oggetti della Fabbrica di porcellana». Ma perché l'Intendente Tommaso Bonicelli, e il direttore Gaetano Schepers, prima d'imbarcarsi per la Spagna, ricevettero ordine di «demolire tutte le fornaci e distruggere tutti i comodi attinenti a quel mestiere, per non lasciarne memoria»? Chiaramente Carlo aveva in mente d'intraprendere una nuova produzione di porcellane a Madrid. E difatti realizzò tale progetto creando la Real Fabbrica del Buen Retiro. Ma quale necessità c'era (dopo aver smantellato, impacchettato e trasferito a bordo ogni cosa trasportabile) d'ordinare la demolizione delle fornaci? Possibile che temesse tanto la concorrenza? In ogni caso non sarebbe riuscito a superare la qualità delle porcellane di Sassonia. E allora perché tenne tanto a cancellare la memoria delle produzioni napoletane?