I corpi estratti dal fango e dalle macerie sono 22. Mancano all'appello ancora 35 persone. Oggi arriva il premier Le prime relazioni sono di 13 anni fa. Bertolaso: 25 miliardi per le zone a rischio Novantanove anni ci mise l'Italia a dotarsi della carta geologica in scala 1 a 100 mila: dal 1877 al 1976, da Agostino Depretis ad Aldo Moro. E per la nuova, in scala 1 a 50 mila (che gli esperti considerano già insufficiente) stiamo messi male: dal 1988 a oggi, dice l'ultimo rapporto del Progetto Carg dell'Ispra, siamo a 44 fogli completati (più 26 «in corso di completamento» e 255 iniziati) su 652. In ventuno anni. Dopo di che, spesi 81.259.000 euro (fate voi i conti) il progetto pare essere rimasto a secco di finanziamenti. Non porta voti, fare la carta geologica. Ci sono insensatezze come queste, dietro la tragedia di Messina. Insensatezze di un Paese che, come ha detto Napolitano, sogna opere faraoniche e trascura (che noia!) la manutenzione quotidiana. Quella che per secoli salvò, al contrario, la delicatissima Venezia che ai piromani e a chi era sorpreso a tagliare un albero abusivamente attentando all'equilibrio idrogeologico infliggeva quindici anni di esilio «da tutte terre e luoghi del serenissimo dominio» e ai recidivi «sette anni in galera de condenati, a vogar il remo con ferri ai piedi». Quanti hanno pagato davvero per le frane assassine del Vajont, della Val di Stava, di Sarno, di Soverato e tantissime altre? Solenni proclami sul tema «mai più! mai più!», processi interminabili, diluvi di eccezioni procedurali, avvocati pignolissimi, fascicoli di milioni di pagine e infine sentenze lette in tono burocratico tra le lacrime dei parenti: «Non è giusto, non è giusto». E via di nuovo, sperando nella buona sorte, con leggi sempre più permissive e distratte, come quel piano casa che fino alla mattina del terremoto a L'Aquila aveva un articolo 6, precipitosamente soppresso, con scritto: «Semplificazioni in materia antisismica » . «Per mettere in sicurezza tutto il nostro Paese occorrerebbero tra i 20 e i 25 miliardi di euro», ha detto il sottosegretario alla Protezione civile, Guido Bertolaso. Tanti. E non è detto che basterebbero. Ma comunque meno di quanto i governi hanno dovuto spendere negli ultimi decenni per intervenire «dopo », con le file di teli bianchi stesi sui morti. Più ancora che un enorme sforzo finanziario, più che mai impegnativo di questi tempi, servirebbe però una svolta culturale. La consapevolezza che uno Stato serio non può affidarsi alla dea bendata o ai rattoppi d'emergenza. Ma anche che un pezzo di responsabilità della vita propria e di quella altrui è del cittadino. Il singolo cittadino. Che non può infischiarsene «prima» delle regole, quelle scritte e quelle del buon senso, per invocare lo Stato «dopo». La storia di Messina, purtroppo, è esemplare. Lo dicono le 8 mila pratiche non ancora esaminate dal Comune (su 16 mila!) degli sventurati condoni del 1994 e del 1985 (un quarto di secolo fa) più altre 3 mila della sanatoria 2003. Lo dice il totale disinteresse per i rapporti dei geologi che già avevano previsto tutto negli anni 90. Lo dice l'assalto di questi anni di assatanati palazzinari alle sabbiose colline cittadine grazie a un piano regolatore che avrebbe dovuto vietare tutto e fu varato invece con quasi 800 deroghe che permettevano tutto. Di queste, 33 erano per Giampilieri.
FRANE D' ITALIA. Messina, le denunce inascoltate
Il premier Guido Bertolaso ha annunciato che il progetto per la carta geologica in scala 1 a 50 mila, che dovrebbe aiutare a prevenire disastri naturali, è stato messo male. Il progetto è stato iniziato nel 1988, ma solo 44 fogli sono stati completati su 652. Il progetto ha richiesto 81,259,000 euro, ma non ha ricevuto finanziamenti sufficienti. Bertolaso ha chiesto 25 miliardi di euro per le zone a rischio. Il governo ha già speso 20-25 miliardi di euro per interventi dopo disastri naturali. Bertolaso ha anche chiesto una svolta culturale, richiedendo che i cittadini si rendano conto della responsabilità della vita propria e di quella altrui.
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