C'è grande attenzione in Francia per l'arte urbana, fra processi in tribunale e tentativi di addomesticare chi fa le tag sui muri delle città. Mentre alla Fondation Cartier va in onda la storia dei writer in una mostra, la società ferroviaria Thalys ha invitato i graffitisti a realizzare un «pezzo» enorme in tre ore e un quarto PARIGI Charles H.Rivkin, il nuovo ambasciatore Usa in Francia, lo scorso fine settimana ha inaugurato un enorme affresco, realizzato sul muro della scuola media Martin Luther King di Villiers-le-Bel, la cittadina della banlieue di Parigi che, come dice con ironia il sindaco socialista Didier Vaillard, «ha acquisito una notorietà internazionale alla fine del 2007». Villiers-le-Bel era stata al centro di una rivolta di giovani, quell'anno. Charles Rivkin, che è amico di Obama e produttore televisivo (è alla testa della Wildbrain che produce, tra l'altro, il Muppet Show), ha sottolineato «l'energia creatrice» dell'opera di street art - un ritratto gigante del leader della lotta per i diritti assassinato nel '68, realizzata da graffitisti statunitensi, mentre gli allievi della media hanno dipinto tutto quello che vi sta attorno. Per Rivkin, i graffiti della scuola Martin Luther King rimandano il messaggio di «tutta la diversità» della società francese e dovrebbero servire ai giovani di Villiers-le-Bel e di altre periferie ad avere «fiducia nel proprio talento». Qualche giorno prima, il 15 settembre, quattro graffitisti di fama - Jonone 156, Seakone, Sozyone e Zedz - erano stati invitati da Thalys, la società ferroviaria nata dalla collaborazione delle ferrovie di Francia, Belgio, Olanda e Germania, a realizzare in tre ore e un quarto - il tempo che ci metterà il treno dal 13 dicembre a raggiungere, da Parigi, Amsterdam e Colonia, via Bruxelles - un «pezzo» enorme, ognuno su un vagone. Thalys aveva messo un tappeto rosso lungo il binario 15 della Gare du Nord, per permettere ai passanti di osservare in diretta gli artisti lavorare. Jonone 156, nato a New York nel '63, è presente anche alla Fondation Cartier, alla mostra Né dans la rue (visitabile fino al 29 novembre), che offre una lettura del movimento della street art dalle sue origini, fino a comporre un panorama della situazione attuale. Alla Fondation Cartier, graffitisti come Basco Vazko, Cripta, Théfaine, Nug, P.H.A.S.E. 2, Seen o Evan Roth hanno accettato di farsi mettere in gabbia nel lussuoso scrigno dell'edificio, disegnato dall'archiettto Jean Nouvel. Una contraddizione? Jonone 156 spiega così la sua posizione, rispetto all'intervento sul vagone del Thalys al binario 15 della Gare du Nord: «Sono nato a New York City, Washington Heights. Mio padre e mia madre sono originari della Repubblica dominicana. Dipingo da quando ho 16 anni. Mi sono avvicinato alla pittura guardando i graffiti sui treni negli anni '80 a New York. E poi ho cominciato a farlo anch'io, ho iniziato a esplorare la cultura di strada. I treni di New York sono le prime tele che ho esposto e mostrato alla città. Ad un certo punto ho capito l'importanza di questa arte pubblica. E del ruolo che svolge in seno a una comunità. Nei miei primi anni di pittura in strada ho sviluppato un senso unico di incrocio di stili. Basato sull'astrazione, influenzato da Jackson Pollock e ispirato, certamente, dall'energia delle strade. Le mie azioni potevano venire interpretate come atti di vandalismo. Ne conoscevo l'importanza. Ho riflettuto molto per definire il mio punto di vista su queste tematiche. Ho voluto definire delle nuove prospettive, affermando che disegnare affreschi su un treno non era un delitto, ma invece significava creare un'energia dinamica per una comunità, ricercare la propria identità, la propria esistenza. Oggi le controversie continuano». Opak, un graffitista amico di Janone, è venuto a dare una mano all'artista per l'opera sul Thalys: «È talmente paradossale....quando penso alle notti che ho trascorso in stato di fermo proprio alla Gare du Nord e adesso dipingo un grosso flop su un treno in pieno giorno!». Opak, assieme a una cinquantina di altri graffitisti, erano imputati in un processo che si è svolto a giugno di fronte al tribunale di Versailles, accusati proprio dalle ferrovie francesi (Sncf), dalla Ratp (metrolitana) e persino dal comune di Parigi, che peraltro è attento a una politica di apertura nei confronti degli artisti e persino degli squat d'artista. Ci sono state condanne con la condizionale (solo un writer, O'Clock, è stato costretto al carcere, 4 mesi) e adesso gli imputati sono in attesa di sapere quale sarà la multa che dovranno pagare. Il discorso delle ferrovie è schizofrenico, da un lato c'è la denuncia per i graffitisti spontanei, dall'altro la ricerca di addomesticarli con delle commissioni. Olivier Poitrenaud, direttore di Thalys International, ha spiegato che la scelta di chiamare degli artisti della street art «si è imposta da sola e ha senso perché i graffiti sono un'arte urbana, reattiva, colorata e, spesso, precorritrice. E questi sono i valori di Thalys. Ha senso perché i graffiti trascendono le frontiere di genere e di paese. E quali altri artisti, se non i graffitisti, avrebbero potuto rispondere alla sfida che abbiamo loro proposto? Un'opera d'arte mobile, a grande velocità, internazionale e realizzata in tre ore e quindici minuti!». In questo periodo, oltre alla Galerie du Jour, altre gallerie private presentano a Parigi le nuove generazioni dei graffitisti (da Nathalie Fiks, a Matignon-Leadouze e Bailly Contemporain).