altra italia - ALTA VELOCITÀ «DEMOCRATICA» Una giovane scrittrice precaria racconta l'anima di una delle roccaforti della sinistra. Dove il treno non si vede per via di una galleria lunga 73 km che buca l'Appennino, ma ha avuto un impatto ambientale devastante. Approvato dalle amministrazioni di centrosinistra BARBERINO DEL MUGELLO Una metafora naturale. È la diagnosi perfetta sulla sinistra di governo, che amministra il territorio scimmiottando la modernità. Simona Baldanzi, 32 anni, precaria senza figli e nomade fra Mugello Firenze e Prato, anche in letteratura non rinuncia a scrutare l'anima della Toscana: «Nel romanzo c'è un'avvertenza per la Toscana: occhio che hai le rose malate lungo i filari. Cioè se si ammalano le rose è a rischio il vino. Un campanello d'allarme per dire che la subcultura rossa è gravemente compromessa. E potrebbe essere solo l'inizio». Dopo la "vestaglia blu", il verde menta. Simona ha cominciato descrivendo la vita operaia nella fabbrica dei jeans. Adesso prova a guardare dentro le macerie dell'ultimo decennio. Un colore alla volta, parole che rianimano la dignità del lavoro o restituiscono la consapevolezza dello sguardo critico. Prima il blu delle operaie che infilavano a macchina 180 paia di pantaloni all'ora. Poi il verde di una natura "bucata" dai trafori e dal cemento. Simona è figlia del Mugello, il luogo mitico della sinistra. Ma c'è sempre l'altra faccia della medaglia, perché qui si sono messi tutti disciplinatamente in fila davanti alle urne per eleggere senatore Antonio Di Pietro e quasi nessuno si è speso nella rivolta contro la Tav. «Nel Mugello c'è la galleria più grande d'Europa: 73 chilometri dentro l'Appennino dei 79 della linea Bologna-Firenze. La Tav qui non si vede, perché passa dentro la montagna. Ma ha avuto un impatto ambientale devastante, perché s'è persa l'acqua naturale che c'era prima». Simona è proprio figlia di una "vestaglia blu". Ma ha studiato, girato l'Europa, visto, ascoltato, vissuto. Poi ha scritto e descritto. E si è anche "sporcata le mani" con la militanza politica in Rifondazione comunista. Eletta per la terza volta consecutiva in consiglio comunale, a fine giugno ha motivato in una lettera la scelta di cedere subito il seggio a Enrico Carpini: «Dieci anni fa, quando fui eletta la prima volta avevo 22 anni. Non ho mai amato il ruolo di consigliera, amavo la politica di militanza più che di istituzione e non l'ho mai nascosto, ma era necessario. Un lavoratore precario che fa il consigliere è una scheggia impazzita. Non hai diritto a permessi da lavoro, perdi giornate fra commissioni, ricerche di documenti, sedute che continuamente chiedi siano dopocena, sia per non rischiare di perdere anche quel poco di lavoro che hai, sia perché riescano a partecipare i cittadini. I precari non possono impegnarsi nelle istituzioni, sono fuori dai mutui, dalla maternità, dagli ammortizzatori. Non possono impegnarsi in niente, se non nella propria esistenza. La tristezza è che le politiche che hanno portato tutto questo, nascono da governi di centrosinistra. È una battaglia che ho cercato di portare avanti anche nella passata legislatura e spesso ho dovuto subire la saccenza e lo scherno della maggioranza». Simona aggiunge il suo personale bilancio dentro il municipio, assediato dalle grandi opere e dai piccoli interessi: «I cittadini già sapevano come mi sarei comportata. Da elettori hanno scelto: abbiamo avuto meno voti, ma sono voti cresciuti in consapevolezza: né di protesta, né per partito preso. Abbiamo dimostrato di essere i più competenti, di aver lavorato degli anni a smantellare i castelli di carta e di potere della passata giunta che non sapeva darci risposte. Basaglia scriveva più o meno così: come minoranza non possiamo vincere perché non siamo il potere, ma possiamo convincere e se convinciamo, vinciamo perché attuiamo una trasformazione. Ecco, se oggi non ci sono per lo meno tutte le stesse persone in maggioranza, specialmente le più arroganti, lo si deve al nostro lavoro di anni. Senza l'opposizione seria di Rifondazione in questi dieci anni, forse Barberino oggi sarebbe diversa». Resta la militanza in punta di penna. Una letteratura che non prescinde mai dall'inchiesta "sul campo". La realtà dei cantieri dell'alta velocità, come l'intreccio dell'urbanistica "democratica" con i gruppi di potere economico. Simona racconta le rose malate della Toscana che non è più rossa. E tiene d'occhio la vigna del popolo. Una bella lezione di giornalismo, volendo applicarsi alla cronaca senza ipocrisie, arriva dalla protagonista di Bancone verde menta: «Monica fa la free lance e insegna ballo agli anziani. Una precaria che cerca di sopravvivere sfruttando le sue capacità di scrittura e di danza. La precarietà legata all'informazione genera mostri: lei sostiene che le redazioni sono le vere case di riposo, più rassegnati dei vecchi che vanno a morire». È la storia di tutti i ragazzi del Duemila, che sopravvivono giorno dopo giorno nell'orizzonte incerto di un futuro che diventa eterna scommessa: «Su un muro di Genova c'era scritto: l'amore non rinfaccia, ti amo gratis. Forse la nostra generazione dovrebbe partire da quella forza lì: l'amore, non solo per le persone, ma anche per l'impegno politico, per il proprio lavoro, per le proprie idee e gratuito, né si compra né si rinfaccia. Può essere una leva e una difesa forte in questo mondo consumistico dove tutto si compra» chiosa Simona. E conclude parlando del Mugello ma come ogni giovane potrebbe riflettere a voce alta: «Il territorio radice se ti chiude crea paure e reazioni violente. Se invece lo chiami semplicemente "Qua", capisci che è relativo. E' il tuo qua, ma è anche un là per gli altri. Solo così fai dialogare terre, città e chi le popola».