L'inedito In mostra, a 11 anni dalla scomparsa, uno scritto che illustra il carattere dell'intellettuale ribelle Zeri contro tutti: contro l'Italia, contro la burocrazia, contro il sistema universitario. Sono veementi le parole affidate a due suoi testi ancora inediti: cronaca involontaria di una stagione e testimonianza indiretta di un destino. È il 1979. Al centro della vicenda, un'attribuzione di Zeri, il quale «assegna» al Maestro di HartfordCaravaggio due nature morte della Galleria Borghese (esposte in una mostra romana): una scoperta che avrebbe inciso profondamente sulla conoscenza degli anni di formazione di Caravaggio. Sulla questione interviene, su «L'Espresso», Maurizio Calvesi, che parla di due «quadracci» sgrammaticati. Imprevisto l'epilogo. Dopo questo articolo, il Soprintendente di Roma decide di ritirare i quadri incriminati. Zeri si dichiara vittima di un attentato alla libertà d'espressione e d'informazione. Descrive un clima di intolleranza, alludendo al suo isolamento, determinato da «una ben nota cricca ». Sente di essere detestato per la sua posizione «non conformista, non legata al potere politico, e non vincolata da intrighi». E, travestendosi da anti- italiano, aggiunge con dispiacere misto ad arroganza: «L'Italia non mi interessa dal punto di vista culturale, tutto al contrario. Mi preme invece essere riconosciuto negli Stati Uniti, in Inghilterra, in Francia, nelle due Germanie e in Unione Sovietica, tutti Paesi nei quali la mia posizione di studioso è solida, talvolta solidissima». Da queste affermazioni emerge il temperamento di una tra le personalità più controverse e contraddittorie della storia dell'arte italiana del secondo Novecento. Federico Zeri è stato tanti personaggi insieme. Erudito e polemista, difensore del nostro patrimonio. Esperto di botanica e provocatore televisivo. Epigrafista e appassionato di filatelia. Severo studioso e ironico conversatore. Intellettuale generoso e narcisista. Curatore di rigorosi cataloghi ragionati e autore di gialli ( Uno sguardo attraverso, con Carmen Iarrera) e di libri di divagazioni ( Sbucciando piselli , con Roberto d'Agostino). Silenzioso esegeta di eventi dimenticati e consigliere di potenti. Monacale e istrionico: imperatore della monumentale villa di Mentana e frequentatore della nobiltà. Zeri è stato un outsider, il cui itinerario si è svolto lontano dai luoghi istituzionali: fuori dalle università, dalle soprintendenze, dai musei. Un isolato, per scelta e per necessità. A undici anni dalla morte (avvenuta nel 1998), lo celebra una sobria mostra, curata da Anna Ottani Cavina, promossa dalla Fondazione Zeri, al Museo Civico Archeologico di Bologna (dal 10 ottobre). Un ritratto per frammenti, che presenta per la prima volta il ricco corpus fotografico zeriano (il più grande archivio privato del mondo) insieme con una sorprendente biografia per immagini e con una selezione di dodici «casi critici». Si tratta di dipinti e di sculture (tra gli altri, di Pietro Cavallini, Pietro Lorenzetti, Sassetta, il Maestro di Hartford, El Labrador, Pietro e Gian Lorenzo Bernini) che Zeri ha scoperto e interpretato, incidendo fortemente sulla rilettura di significativi passaggi della storia dell'arte europea. L'esposizione bolognese è una felice occasione per tornare a riflettere sulla lezione di questo maestro involontario, straordinario custode di quella che potremmo definire l'intelligenza dell'occhio: mirabile nel saper guardare. Un talento sempre sorretto da cultura enciclopedica, da vastità di riferimenti, da sapienza nell'individuare connessioni tra mondi. Nel nostro tempo, spesso dominato da ricognizioni monografiche e da approssimativi sociologismi, il «Professore» si sarebbe sentito a disagio. Egli è uomo di un altro secolo: erede della tradizione dei conoscitori (da Cavalcaselle a Morelli, da Toesca a Berenson), che ha lasciato solo sbiaditi epigoni. Per lui, parlare di un quadro non è un esercizio letterario (alla Longhi), né uno spunto per elaborare teorie (alla Venturi o alla Argan). È disciplina dell'osservare, restituzione della (presunta) verità del testo pittorico. Rivelazione dell'inesplorato, maestria attributiva, austera frequentazione degli archivi. Per Zeri, lo storico dell'arte deve essere innanzitutto un connaisseur. Come un detective, rintracciare piste, saldare densità filologica e improvvisi cortocircuiti. Investigare su cosa si nasconde dietro l'immagine: decodificare il palinsesto dell'opera. Ordire puzzle indiziari dove si incrocino elementi diversi, affidandosi a una prosa asciutta, decisamente anti-longhiana. Questo è solo il grado zero, perché non esiste un'autonoma vita delle forme, ma arte e società vanno poste in dialogo. L'obiettivo è quello di ricondurre le invenzioni pittoriche e plastiche nell'ordito di una determinata epoca, studiando anche gli oggetti di uso quotidiano. Zeri dirà di sé: «Mi considero più uno storico mancato che uno storico dell'arte». Un metodo che ha riscosso consensi a livello internazionale. A soli 36 anni Zeri cura il catalogo dei dipinti italiani del Metropolitan di New York; segue il regesto della Walters Gallery di Baltimora; è consulente esclusivo di molti governi e di famiglie di rango italiane e inglesi (da Cini a Spencer, a Getty). Visiting professor ad Harvard e alla Columbia, è il solo europeo tra i trustees del Paul Getty. Nel 1997 è nominato all'Académie des Baux-Arts di Parigi, nel '98 è insignito della Légion d'honneur. Forse con qualche enfasi, il leggendario direttore del Louvre, Pierre Rosenberg, lo elogiò come «il più grande storico dell'arte italiana». In Italia, invece, ostracismi, rifiuti, attacchi. Per tanti, Zeri è stato solo una figura eccentrica, da emarginare, costretta a un doloroso esilio. Le sue ricerche sono state guardate con diffidenza. Nessuna cattedra universitaria, nessun incarico pubblico (dal 1994 al 1998, è stato vicepresidente del Consiglio Nazionale dei Beni Culturali). Senza dimenticare le polemiche, segnate da acredine e da invidia, con Longhi, che lo «privò» del Premio Viareggio nel 1957. Per comprendere questa solitudine, illuminante l'appunto inedito del 1979. Che prelude ad altri scontri con la «ben nota cricca». Il 1984 è l'anno dello scandalo delle Teste di Modigliani. Autentiche, per Argan. «A me paiono dei paracarri», replicherà Zeri. Qualcuno addirittura ipotizzò che, tra gli ispiratori di quell'affaire, vi fosse lo stesso «Professore».
Zeri, da solo contro le cricche. L'accusa a critici e universitari. In nome dell'indipendenza
Federico Zeri, un intellettuale italiano del secondo Novecento, è stato un personaggio controverse e contraddittorio. Era un erudito e polemista, difensore del patrimonio italiano, ma anche un provocatore televisivo e un appassionato di filatelia. Ha lasciato un'impronta significativa nella storia dell'arte italiana, ma anche ostracismi e rifiuti. La sua solitudine è stata illuminante, e prelude ad altri scontri con la cricca. La sua mostra a Bologna, curata da Anna Ottani Cavina, celebra la sua vita e il suo lavoro, presentando il suo ricco corpus fotografico e una biografia per immagini.
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