Già dal titolo annunciato, «Metamorph», la nuova Biennale d'architettura, che aprirà i battenti il prossimo 12 settembre, dichiara le sue intenzioni: investigare sul cambiamento, la mutazione quasi epocale che sta coinvolgendo l'architettura e con essa le città e l'ambiente costruito. Non a caso per Kurt Forster, curatore della IX Mostra Internazionale di Architettura della Biennale di Venezia, il cambiamento - in questo inizio di secolo segnato anche da grandi catastrofi - ci circonda, è la chiave per comprendere ciò che sta accadendo. Superata una fase, lontana soltanto poco più di dieci anni, in cui l'architettura sembrava relegata ad una ristretta cerchia di estimatori e, addirittura in Italia, additata come la disciplina complice, se non forse all'origine, dei misfatti legati a Tangentopoli, oggi città, imprese multinazionali, governi si sfidano, in nome del gigantismo e della supremazia, anche simbolica, nel costruire edifici più grandi, grattacieli più alti. Il club delle megalopoli, cioè delle città con oltre dieci milioni di abitanti, che nel 1950 contava la sola New York tra i propri associati, oggi ne annovera già 17, che diventeranno 21 nel 2014. La rapidità del cambiamento è vertiginosa, quale mai in passato nella storia dell'umanità. Prima di essere dichiarata Zona Economica Speciale, agli inizi degli anni '80, la città cinese di Shenzhen, nel Guangdong, era poco più di un villaggio di circa 20.000 abitanti. Dopo vent'anni, è diventata una città di oltre 1.000.000 di abitanti. Una trasformazione senza eguali nella struttura urbana, nell'economia, nei costumi della popolazione - evidentemente immigrata dalle aree rurali limitrofe ma non solo - e, infine, nel paesaggio. Un solo edificio, prima della tumultuosa crescita edilizia, superava a Shenzhen i 18 piani di altezza. Oggi sono oltre mille, e disegnano uno skyline sempre più frequente nelle metropoli asiatiche. Nell'epoca della globalizzazione un altro aspetto sempre più marcato, anche per le città che in passato erano rimaste immuni dal fenomeno, è la multietnicità che le contraddistingue. Un melting pot di razze, culture, religioni invade le grandi metropoli europee, ma sempre più spesso anche le città piccole e medie del continente. Basti pensare a cosa è accaduto in Irlanda, a metà degli anni '90. Per la prima volta, in quel paese che ha alimentato con i suoi figli flussi migratori ininterrotti, verso gli Stati Uniti d'America ad esempio, e dove si calcola che un sesto della popolazione viva lontano da casa, si è verificato che il numero di immigrati ha superato quello degli emigrati. Oggi Dublino, la "tigre celtica", è una città completamente diversa non tanto da quella descritta da Joyce nel suoUlisse, quanto dalla sonnolenta e periferica cittadina che era ancora vent'anni fa. Naturalmente i problemi di integrazione, e di soluzione alle tante questioni poste dalla dimensione multiculturale vanno ben al di là, ad esempio, della costruzione di una moschea, piuttosto che dell'accettazione di una studentessa con il chador nelle nostre aule scolastiche. Né sembra che discipline come l'urbanistica si siano sufficientemente attrezzate per corrispondere alle novità dei tempi. Ma è anche nel gigantismo degli interventi, l'altra faccia della competizione planetaria con il corollario dello star system delle firme più glamour nel panorama architettonico internazionale, che si evidenziano nuovi fenomeni come il capitolo che potremmo chiamare il cantiere come città provvisoria ed interetnica. Sintomatico, da questo punto di vista, è ciò che sta accadendo vicino Milano, tra Rho e Pero, per la costruzione della nuova Fiera milanese, in quello che viene definito, al momento, il più grande cantiere d'Europa. Oltre 300 imprese di 44 paesi diversi, 150 progettisti che elaborano gli esecutivi di cantiere, circa 1500 persone che lavorano parlando lingue differenti, spesso senza comunicare, in turni anche di notte. Dunque tutto è in movimento e non è un caso che il curatore Forster e Croff, il presidente della Biennale, abbiano programmato di portare una sezione della mostra in Cina. Se si vuol capire dove sta andando il mondo, e con esso le città e l'architettura, sarà il caso di annusare l'aria che tira da quelle parti.