Magari i sei milioni di turisti che arrivano ogni anno ad Assisi, quel portone non l'hanno neanche notato. Eppure c'è, incastonato nella cinta muraria, seminascosto dalle siepi, a poche decine di metri dalla Basilica superiore. Una piccola barriera oltre cui è racchiuso un tesoro di immenso valore storico e naturalistico vecchio 800 anni, che il Fai, il Fondo Ambiente Italiano, ha deciso di riportare alla luce attraverso il progetto di riqualificazione 'La Terra di Francesco'. Dietro quel portone, oltre 60 ettari di querce, aceri, e ulivi che si aggrappano l'uno all'altro e formano, in questa ondeggiante mescola botanica, quello che viene comunemente definito 'Bosco di San Francesco'. Un'area abbandonata a se stessa da tempo, in pieno degrado, e spesso utilizzata dagli abitanti di Assisi come riserva di legna. Graduale scempio di una selva che riesce ancora, nonostante i lunghi anni di decadimento, a suggerire un'antica immagine di mistica bellezza. Un groviglio di sentieri al cui interno sopravvive, sfidando l'incuria, la Chiesa di Santa Croce con i suoi otto secoli di storia. Poco lontano, ingoiati dal verde, si stagliano i ruderi di un antico monastero benedettino del duecento mentre, poco più a sud, ai margini di un torrente, si erge consumata dal tempo un'antica torre di avvistamento in pietra. Paesaggio e storia si intrecciano in questa terra che, grazie a San Francesco, è divenuta simbolo della più poetica convivenza tra uomo e natura. Ma che decenni di incuria hanno seriamente danneggiato. Il Fai, dopo i necessari interventi di recupero, aprirà al pubblico questo scrigno di tesori, acquisito nell'ottobre 2008 grazie alla donazione di Intesa-Sanpaolo. D'altronde i costi esorbitanti di intervento e gestione rendono indispensabili, per il Fondo, i contributi di enti istituzionali, fondazioni bancarie, istituti di credito e privati cittadini. "Quando ci venne offerto in dono", racconta Giulia Maria Crespi, presidente del Fai, "sul bosco gravava un debito con le banche, contratto dal precedente proprietario. Volevamo prenderci cura di questo terreno ma avremmo dovuto accollarci l'onere di estinguere la pendenza. Grazie al gruppo Intesa siamo riusciti a superare l'ostacolo: il debito è stato cancellato a condizione che la proprietà venisse affidata al Fondo". Una sinergia vincente che rilancia la necessità di un più ampio coinvolgimento della società civile negli sforzi per accudire il nostro territorio. "In questa donazione", prosegue la Crespi, vedo un segno che indica la strada da percorrere affinché si riesca a rendere tutti più consapevoli del valore del nostro paesaggio". Sbloccata l'acquisizione, ci si è subito messi in moto per dare corpo al programma di recupero , finanziato in parte dalla Fondazione della Cassa di Risparmio di Perugia. A plasmare la nuova identità del bosco contribuirà anche Michelangelo Pistoletto, artista e scultore di fama internazionale. Con un progetto artistico di land-art che prevede interventi sul paesaggio attraverso l'uso di materiali naturali, verrà rappresentato il concetto di 'Terzo Paradiso'. Attraverso la fusione armonica di quelli che Pistoletto considera i primi due paradisi, la natura incontaminata e la dimensione artificiale creata dall'uomo, sorgerà un'oasi per il turismo di alta qualità in grado di coniugare arte, cultura e sensibilità ecologica. Nel cuore della selva verranno piantati alberi di ulivo, provenienti da tutti i paesi del Mediterraneo, in modo tale da formare tre cerchi. Quello centrale, più grande degli altri due, simboleggerà la forza generativa del Terzo Paradiso. L'imperativo è quello di ripristinare l'antica bellezza di uno dei luoghi dello spirito cari al santo di Assisi. "Francesco ha abbracciato con il suo amore e la sua comprensione il paesaggio italiano", continua la Crespi, "ma non siamo nel 1200 e amare la natura non basta più: dobbiamo difenderla da speculazioni feroci". E dalle fauci dell'edilizia selvaggia. Dal 1956 al 2001, infatti, secondo il dossier del Wwf sul consumo del suolo del nostro paese, la superficie urbanizzata è aumentata del cinquecento per cento. Dal 1990 al 2005, il ritmo frenetico di cementificazione ha fatto sì che oltre tre milioni e mezzo di ettari, un'area più grande di quella di Abruzzo e Lazio messi insieme, venissero invasi da ruspe e cantieri. E, insieme alla Spagna, l'Italia è al primo posto al mondo per la produzione e il consumo di cemento. "E il piano-casa del governo potrebbe creare nuove minacce al patrimonio paesaggistico italiano, tassello insostituibile della nostra identità". Contro la cannibalizzazione del patrimonio paesaggistico italiano, il Fai è da anni in prima linea. Nato nel 1975 da un'idea di Elena Croce, figlia del grande filosofo, e ispirato al modello inglese del National Trust, il Fondo ha preso vita con l'obiettivo di contribuire alla tutela, alla conservazione e alla valorizzazione del patrimonio artistico e ambientale italiano. In pochi anni, grazie a una serie di donazioni, concessioni e acquisizioni, l'organizzazione è riuscita a prendersi cura di molte aree a rischio. Riuscendo a intervenire a difesa del territorio e delle sue bellezze. Come nel caso del giardino della Kolymbetra, nel cuore della Valle dei Templi di Agrigento, riemerso da decenni di abbandono. Oppure della baia di Ieranto, sulla costa meridionale della penisola sorrentina, di fronte ai faraglioni di Capri, tirata a lucido dopo gli interventi di recupero e bonifica o del parco di Villa Gregoriana a Tivoli, nell'Ottocento meta di viaggiatori, poeti, artisti e sovrani, chiuso per anni e riaperto nel 2005 dopo le operazioni di restauro. Dei 42 beni di cui il Fai dispone, ventuno sono aperti al pubblico e attraggono, ogni anno, più di 400 mila visitatori. Un flusso consistente che testimonia il lavoro di una struttura organizzativa con 85 mila iscritti, 500 aziende sostenitrici e seimila volontari. "Tutti molto qualificati, ma pochi rispetto alle necessità", dice Marco Magnifico, direttore culturale Fai: "Basti pensare che il National Trust inglese vanta più di tre milioni di soci. Ci sarebbe bisogno di coinvolgere più persone". Intanto però quelle già arruolate si organizzano. Il 17 ottobre, infatti, in circa settanta città italiane, gestiranno una raccolta fondi, con spettacoli e piccoli eventi musicali, offrendo la lettura contemporanea del Cantico delle Creature e di altri brani francescani. A dare man forte alle iniziative del Fondo anche molti personaggi della cultura e dello spettacolo, tra cui Corrado Augias, Licia Colò e Oliviero Toscani, responsabile della campagna pubblicitaria per 'La Terra di Francesco'. "Sono imbarazzato di essere italiano", dice il fotografo, "perché nel nostro paese non c'è rispetto per il patrimonio artistico e culturale. Fortunatamente esiste una minoranza illuminata di persone in grado di alleviare il problema. Anche con piccoli gesti ci si può prendere cura dell'ambiente". In fondo, basterebbe ricordare la Costituzione, all'articolo 9, che lega la tutela del patrimonio storico e artistico alla difesa del paesaggio, che fu pensato proprio contro lo sfruttamento cieco del territorio. n