Il dossier "Invece di investire in opere inutili come il ponte sullo Stretto bisogna puntare sulla messa in sicurezza del paese" La ricetta del disastro è precisa. Si prende un territorio come lItalia, con 7 Comuni su 10 a rischio idrogeologico. Si spargono case abusive a profusione, possibilmente nelle aree in cui si espandono fiumi e torrenti in piena. Simmettono in atmosfera gas serra, quanto basta per modificare il ciclo idrico e produrre piogge interminabili e violente. Poi si aspetta. Non a lungo. Nellottobre dellanno scorso è toccato a Cagliari; a dicembre Roma ha convissuto con lincubo alluvione; adesso è Messina a pagare un prezzo molto alto. Cosa ci aspetta nel prossimo futuro? La risposta è contenuta in «Ecosistema a rischio» un documento firmato dalla Protezione civile e dalla Legambiente che sintetizza, regione per regione, la capacità di risposta alla minaccia del dissesto idrogeologico. La base di partenza è oggettivamente preoccupante: ci sono 1.700 Comuni a rischio frana, 1,285 Comuni a rischio alluvione e 2.596 Comuni a rischio sia di frane che di alluvioni. Una classifica guidata da Calabria, Umbria, Val dAosta, Marche e Toscana. Ma il rischio di base, quello legato alla conformazione del territorio, non è in fin dei conti determinante: in Giappone e in California scosse che farebbero una strage nei paesi più poveri o più disattenti lasciano intatte case costruite per resistere a quelle sollecitazioni. «Noi possiamo smettere di progettare opere inutili come il Ponte sullo Stretto e investire quei soldi nella messa in sicurezza del paese per convivere con il rischio frane e alluvioni, dando tra laltro lavoro a centinaia di migliaia di persone», osserva Vittorio Cogliati Dezza, presidente di Legambiente. «Oppure possiamo continuare a varare piani casa che puntano sulla quantità invece che sulla qualità e sulla sicurezza e assistere così al progressivo aumento del rischio, che si concentrerà sulle regioni meridionali, meno abituate a progettare le difese contro le inondazioni». «Al momento», accusa Ermete Realacci, responsabile ambiente del Pd, «stiamo puntando dritti dritti verso lo smantellamento delle difese contro le calamità che fino a ieri chiamavamo naturali e che ci costano 6-7 miliardi lanno: gli stanziamenti governativi per lassetto idrogeologico nel 2008 erano 510 milioni di euro, nel 2009 sono scesi a 269, il prossimo anno saranno 120 e nel 2011 precipiteranno a 93». La disattenzione si declina anche a livello comunale. Il 77 per cento dei Comuni censiti nellanalisi della Protezione civile ha nel proprio territorio case in aree a rischio frana o alluvione e solo 1 Municipio su 20 ha cominciato a eliminarle dando unalternativa a chi le abita. Nel 42 per cento dei Comuni non viene svolta regolarmente la manutenzione ordinaria dei corsi dacqua e delle opere di difesa idraulica. Invece di rimuovere le cause del rischio, gli amministratori si preparano ad affrontare il peggio. L82 per cento dei Comuni si è dotato di un piano di emergenza da mettere in atto in caso di frana o alluvione. E due Comuni su tre hanno una struttura di protezione civile operativa 24 ore su 24. Complessivamente dal rapporto «Ecosistema a rischio» esce un quadro estremamente critico: solo il 37 per cento dei Comuni svolge un lavoro positivo di mitigazione del rischio, mentre 787 amministrazioni comunali si danno da fare per peggiorarlo. Tra le maglie nere citate, due Comuni del Messinese: Ucria e Alì.